Storia

Crociate e il Monferrato, secondo gli storici locali (seconda parte)

Nella prima parte di questo sintetico saggio divulgativo mi sono soffermato, come da titolazione precedente, sul modo in cui gli storici francesi hanno minimizzato l’apporto alle crociate degli italici in epoca medievale (quindi anche dei marchesi di Monferrato), esaltando al contrario e in modo piuttosto arbitrario, il contributo ad esse e quindi alla costituzione degli stati latini in Terra Santa da parte dei Franchi, come fosse stato praticamente merito loro, sia l’esito della prima Crociata (l’unica veramente vittoriosa) e sia la costituzione dei quattro stati crociati nel Vicino Oriente, che vennero infatti tramandati dalla storiografia come regni franchi d’Oltremare.

   Per smentire tali appropriazioni indebite di meriti storiografici, che confermano, semmai ce ne fosse bisogno, che la storia non è una scienza esatta, ma solo una disciplina di studi cui ogni autore apporta contributi a volte preziosi ma altre pregiudizievoli, avevo citato diversi esempi, ai quali mi permetto di aggiungerne un altro tra breve, che verrà sviluppato come argomento conduttore di questa seconda parte della stesura.

   In questa seconda parte, pur riprendendo e approfondendo alcuni aspetti ancora inerenti l’oggetto della prima, mi soffermerò maggiormente sull’apporto fornito alle Crociate e agli stati latini in Terra Santa, non tanto da parte dei marchesi di Monferrato, le cui gesta nelle terre d’Oltremare sono state piuttosto studiate se non proprio approfondite, quanto quelle degli altri aleramici, cercando anche di cogliere alcuni aspetti finora inesplorati dalla storiografia, inerenti il contributo diretto e soprattutto indiretto (capirete meglio in seguito tale concetto) da parte di altre casate aleramiche, in particolare i Del Vasto.

   Non pretendendo che i lettori abbiano un’ottima memoria, essendo consapevole di quanto sia labile la mia, forse è meglio che ripeta quanto scritto in precedenti articoli, per favorire la comprensione e interpretazione di quanto mi accingo a riportare.

   Premesso che il marchese Aleramo fu il capostipite degli aleramici e si suppone che sia defunto attorno al 991 d.C., i suoi discendenti si divisero in due rami principali, cui gli storici attribuirono la denominazione dei due figli superstiti di Aleramo (Oddone e Anselmo, quest’ultimo fu l’unico figlio che sopravvisse al padre), che per alcuni decenni convissero e

condivisero la Marca Aleramica in una sorta di consorteria familistica territoriale, che si presume sia durata fino al 1085 d.C. (anche per questo motivo è ingiustificato attribuire la nascita del marchesato di Monferrato al 967 d.C. come fanno ancora troppi autori):

– gli oddoniani, che poi diverranno marchesi di Monferrato e di Occimiano;

– gli anselmiani, che diverranno marchesi di Sezzè, di Bosco e di Ponzone, del Vasto (che a loro volta successivamente diverranno marchesi di Incisa, di Saluzzo, Busca, Clavesana, Ceva, Savona-Carretto, Cortemilia).

Mappa degli antichi territori Aleramico Obertenghi

I primi si collocheranno prevalentemente a nord dell’originaria Marca Aleramica istituita a metà del X secolo, i secondi a sud, soprattutto nell’astigiano, cuneese e in Liguria Occidentale. In particolare la principale casata anselmiana, i Del Vasto sono spesso citati dalla storiografia e dai genealogisti come marchesi della Liguria Occidentale o marchesi di Savona.

   Come affermo frequentemente nei miei scritti è assolutamente improprio assimilare gli aleramici con i Monferrato, come fosse un’equazione inscindibile, per cui, quando da parte di qualche storico locale o autore, si dovesse leggere un riferimento a un qualsiasi marchese aleramico, l’accostamento automatico ai Monferrato è ingiustificato. Purtroppo a volte accade che siano gli stessi storici e autori a farlo al posto nostro, cioè identificano di loro iniziativa un “aleramico” con un di Monferrato, sostituendo il secondo al primo, rendendo in tal modo difficile la giusta identificazione dei personaggi citati.

   Nel corso di questa stesura spero avrete acquisito maggior consapevolezza del problema cui ho accennato, che rende difficile l’attività di divulgazione storiografica cui mi dedico da decenni.

Boemondo I d’Altavilla, principe di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo, fu uno dei comandanti crociati che riuscì a creare un proprio regno nei territori conquistati durante la I Crociata, il secondo in ordine cronologico e geografico (da nord a sud): il principato di Antiochia, assumendo il titolo di principe d’Antiochia.

Ritratto immaginario di Boemondo I d’Altavilla (Merry-Joseph Blondel, 1843, olio su tela)

   Riuscì a impossessarsi di tale regno con l’astuzia, in quanto Antiochia, era una città ricchissima (importante crocevia commerciale, si producevano tessuti di seta, tappeti, vetro, ceramica, ecc.), ben munita di possenti mura difensive e centinaia di torri, era considerata inespugnabile, ed infatti dopo otto mesi di assedio da parte degli eserciti crociati resisteva ancora.

   Boemondo ricorse allora all’astuzia, corrompendo un ufficiale turco che consentì l’ingresso in città delle truppe di Boemondo, attraverso gli accessi aperti dal traditore.

   Pur avendo giurato fedeltà all’imperatore bizantino, come del resto quasi tutti i baroni e principi latini crociati, Boemondo non manterrà fede all’atto di vassallaggio e anziché consegnargli la città conquistata, con un espediente geniale riuscì ad allontanare le truppe bizantine che costituivano parte dell’esercito crociato e si insediò nel suo autoproclamato regno difendendolo da ogni ingerenza esterna, negando ogni ulteriore appoggio al proseguimento della crociata verso Gerusalemme.

   Fu uno degli episodi più gravi che contribuì a rendere ostili i rapporti tra i crociati e Costantinopoli (Bisanzio), e legittimamente diffidenti i bizantini (greci) verso i crociati ed europei in genere, i quali col tempo li ricambiarono con ancor maggior veemenza e faziosità.

   A questo punto occorre a mio avviso fornire un paio di precisazioni dal punto di vista giuridico interpretativo:

– per l’Impero Bizantino (Impero Romano d’Oriente) le terre che i crociati andavano a

conquistare appartenevano alla giurisdizione dell’Impero, venivano considerate temporaneamente non in possesso perché occupate da nemici, ma di loro diritto in quanto possedimenti imperiali secolari, per cui i principi o baroni latini che partecipavano alla I Crociata, avendo compiuto atto di vassallaggio all’Imperatore, in cambio del quale avevano ricevuto generosi doni e concessioni, man mano che le “riconquistavano” avrebbero dovuto consegnarle all’Imperatore che semmai le avrebbe condivise con loro, in cambio avrebbero ricevuto incarichi governativi prestigiosi e altamente remunerati, rendite, onori, ecc..

– per i baroni e principi latini al contrario le terre conquistate nel Vicino Oriente erano rex nullius, in quanto tolte agli infedeli e pertanto spettanti di diritto ai vincitori.

   Non spetta a noi, gente del XXI secolo giudicare con i nostri attuali parametri culturali e morali, sta di fatto che entrambi a loro modo avessero le loro ragioni, ma i crociati compiendo atto di vassallaggio all’Imperatore di Bisanzio, per poi violarlo alla prima occasione, hanno certamente adottato un comportamento indegno (anche se era diffusissimo all’epoca) che infrange le regole del feudalesimo, per poi paradossalmente applicare le stesse regole a loro beneficio nella realizzazione dei regni crociati in Terra Santa.

I quattro stati crociati in Terra Santa, la Contea di Edessa, il Principato d’Antiochia, la Contea di Tripoli e il Regno di Gerusalemme
  

Infatti il Regno di Gerusalemme, col quale si identificano culturalmente tutti gli stati latini nel Vicino Oriente nel Medioevo, in realtà non controllava affatto tutti gli stati costituitisi, cioè i suoi vassalli (sia quelli interni allo stesso regno sia quelli esterni e ancora più potenti di Edessa, Antiochia e Tripoli) lo faceva solo nominalmente, ma in effetti ogni barone o principe latino era un sovrano nella sua giurisdizione, ed infatti spesso era in contrasto, non collaborava affatto e non ubbidiva agli ordini del re di Gerusalemme, se non in caso di estrema emergenza per combattere unitamente e compattamente eserciti invasori (ma anche in tal caso con qualche eccezione e continui conflitti e gelosie a livello di comando, sfiorando spesso il rischio di compiere alto tradimento). Di esempi se ne potrebbero fare a iosa, soprattutto da parte dei principi franchi, che con i loro comportamenti avidi, egoistici e irresponsabili, hanno condotto varie volte il regno di Gerusalemme incontro alla catastrofe, rompendo tregue in corso o provocando guerre che erano evitabili, e c’è da domandarsi come abbia potuto resistere così a lungo, se non per grazia di alcuni sovrani particolarmente saggi e dotati di capacità strategiche e di comando.

Boemondo d’Altavilla era un principe normanno del Meridione d’Italia, non un franco, e non l’ho citato a caso, in quanto in questa seconda parte di queste brevi divagazioni mi riferirò al famoso crociato Tancredi d’Altavilla, divenuto celebre per le sue imprese belliche, riportate nella biografia del cronista Radulfo di Caen che era al seguito di Boemondo e Tancredi durante la I Crociata, ma soprattutto a livello letterario grazie alla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso.

L’assedio di Antiochia, miniatura medievale

   Tancredi era nipote di Boemondo e lo seguì nell’impresa in Terra Santa coprendosi di gloria; divenne fin da subito, per diritto di conquista, principe di Galilea e signore di Tiberiade e di Caifa (rispettivamente il principale feudo vassallo del Regno di Gerusalemme e la sua principale città e il suo porto più importante), poi successivamente divenne reggente del principato d’Antiochia negli anni in cui lo zio Boemondo rimase prigioniero dei turcomanni, e divenne pure reggente della grande contea di Edessa (il primo regno latino a costituirsi ma anche il più difficile da presidiare), si impossessò anche della famosa fortezza nota come Krak dei Cavalieri (Ospitalieri) situato nella contea di Tripoli sul fiume Oronte (ritenuta inespugnabile), In pratica sia come titoli e sia come possedimenti territoriali sotto il suo controllo, aveva molto più potere e godeva di maggior prestigio del re di Gerusalemme.

Il Krak dei Cavalieri (Ospedalieri) era la fortezza di controllo e difesa più avanzata della contea di Tripoli. Poteva disporre di una guarnigione di 2000 effettivi tra cavalieri e fanti organizzata per essere autonoma e resistere a lunghissimi assedi.

   Tancredi era ritenuto sia dai cronisti dell’epoca che da molti storici moderni e contemporanei un prode guerriero, un vero nobile normanno, astuto, avido, ambizioso, duro, austero, di poche parole, una furia in combattimento, distinguendosi in diverse operazioni belliche nel corso della I Crociata a fianco di Boemondo e anche per conto suo con le sue truppe. Divenne una figura di spicco, egemone, prestigiosa non solo tra i nobili latini ma anche tra i principi mussulmani che ne avevano rispetto, finché mori all’età di 50 anni nel 1112 probabilmente di tifo.

   Il perché mi soffermerò a lungo su di lui emergerà in seguito alla vostra paziente lettura.

(Seconda parte – continua)

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