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Gianni Turino, ricordandolo con un suo racconto

Gianni Turino, il 7 ottobre 2020 avrebbe compiuto 80 anni. Il nostro grande Direttore lo vogliamo ricordare con lo stralcio di un suo avvincente racconto di come si viveva e divertiva nella ritrovata libertà dell’immediato dopoguerra e che sarà pubblicato integralmente in una raccolta che andrà in stampa e sarà disponibile dal mese di dicembre.

 

L’ANSELMO, LA FIERA DI SAN GIUSEPPE E IL BUE GRASSO

Il giorno di San Giuseppe il sole era caldo quasi come d’estate e le ragazze passeggiavano, fra le giostre ed i baracconi di piazza Castello gremita all’inverosimile, senza soprabito esibendo finalmente il tailleur (che per i lunghi anni della guerra avevano potuto rimirarsi solo davanti allo specchio del guardaroba nel segreto della stanza da letto sognando impossibili sguardi di ammirazione).
Al ‘Milano’ – albergo con stallaggio – gli uomini sposati erano tornati a radunarsi, dopo anni, per il grande pranzo in onore di San Giuseppe, loro patrono.
Nel cielo, terso e celeste appena scosso da nuvole bianche che si rincorrevano qua e là come batuffoli di cotone accarezzati dal vento, galleggiavano – con i palloncini volanti sfuggiti alle manine dei bambini – i rintocchi delle campane che annunciavano la grande festa. Il profumo del torrone, dei friciò, dei cannoli, dello zucchero filato, si mischiava a quello del muschio che saliva dal Po solcato dalle agili imbarcazioni dei “canottieri” che riprendevano quel giorno la preparazione in vista dei cimenti estivi.
Gli imbonitori avevano aperto i banchetti fin dall’alba e da allora magnificavano a squarcia gola l’ultima offerta dei loro prodotti venduti a prezzi che li avrebbero condotti a sicura rovina… (“Mi voglio rovinare e non a cinquanta, non a quarantacinque e nemmeno a quaranta… ma che dico venticinque, venti, quindici… dai la parure, l’ultima, a questa bella madamin a dieci lire…”; sarebbe rimasta la parure, l’ultima, fino a sera inoltrata…).
Sui banchetti si vendeva ogni cosa; un grosso macchinario, che si alzava e si abbassava come una mannaia, attirava la curiosità della gente: era la macchina per tagliare il burro, ultima invenzione del geniale Maggia, noto anche per le sue repentine perdite di corrente. Stupiva il venditore di pettini che, per dimostrarne la robustezza, li piantava a martellate su degli assi; era incomprensibile come quei pettini, che resistevano alle randellate, si sdentassero appena alle prese con i capelli.
Lungo via Umberto si erano piazzate le bancarelle dei libri che vendevano a prezzi forfetari con sconto fiera; io fui accalappiato da tre romanzi, con leggiadra copertina verde, di Alessandro Dumas: “I tre moschettieri”, “ Vent’anni dopo” e il “Visconte di Bragelonne” – quello che faceva impazzire le donne -; la triologia, con sconto fiera, la pagai 280 lire. Una volta a casa, mio nonno Centin, incuriosito, volle dare un valore al mio risparmio sui prezzi di copertina:
“Cuntac – disse grattandosi la testa dopo aver sommato più volte il costo dei libri ad uno ad uno – senza sconto fiera, avresti speso duecento e trenta lire…”. È da allora che evito accuratamente le “offerte fiera”.
I cantastorie – fisarmonica, tamburo, cappello a cilindro , cantante con il megafono – presentavano le loro ultime opere: “Militari, borghesi e ragasse / noi cantiam per le strade e le piasse / e cantando ogni guaio ci passa / siam Tonino, Lucia e grancassa”… e brava la moglie del padre di mio figlio… “E con questa sinfonia / noi andiamo ad incominciar / una storia in poesia / vi vogliamo raccontar…”(“Sono artisti – commentava ammirato mio nonno Centin – dei grandi artisti!”).
L’Amerigo Zoldan, faceva affari d’oro con il suo triciclo trasformato in gelateria, cono fisso – crema e cioccolato – cinque lire.
Giravano le giostre dei cavallini, l’otto volante, le gabbie, la checca per i più piccoli, e -per i più spavaldi.- la giostra dei pe’ an tal cu .
Nel Mercato Pavia, per la prima ‘Mostra Campionaria’, dedicata – sullo stile di quella di Milano – anche all’artigianato, commercio ed industria – destavano molto interesse gli stand per la casa – mobili, suppellettili, i fornelli alimentati a Pipigas che erano una assoluta novità per chi, anche d’estate, doveva usare la stufa a legna – alimentata con le ‘ciapele’ di pioppo – per cucinare; si potevano comprare a rate, cioè pagando un tanto al mese, previa firma di tratte o cambiali. Fu quella la vera rivoluzione che consentì alla gran parte delle famiglie italiane di fornirsi di attrezzature e strumenti altrimenti irraggiungibili (qualcuno, a distanza di anni, ancora soffriva di fastidi alla mano destra “a forza di firmar cambiali per la casa…”).
Molta attenzione era rivolta ai ciclomotori, biciclette a cui era stato applicato un piccolo motore, come il “Mosquito” della Garelli e il “Cucciolo”, reso famoso da una canzone in voga: “Se vuoi venir con me / ti porterò sul Cucciolo / se il motorino è piccolo / ma batte come il tuo cuor…”; ma qui si era ancora nel campo dei sogni…
La parte del leone era però riservata all’agricoltura, con piante fiori, i primi trattori e , soprattutto, la “Fiera del bue grasso “ per la quale erano arrivati espositori anche da fuori provincia; il mercato brulicava di persone interessate; erano partite, come ai bei tempi prima della guerra, dai loro paesi la sera prima camminando tutta la notte e alternandosi, sulla barosa trainata dai buoi, per schiacciare ogni tanto un pisolino.
La gente si salutava con larghi sorrisi; sembrava che la primavera fosse finalmente tornata a sbocciare dopo tanti anni di freddo e di buio e la speranza di una nuova vita era così sentita ed intensa, che la potevi tagliare con il coltello. Ma fu un sogno breve come un sospiro.
L’Anselmo – vestito della festa con giacca, cravatta e penna stilografica infilata nel taschino- fece con il suo bue , un figurone. Quando già l’aria stava diventando frizzante ed il sole, scomparso dietro le colline, si era ormai tuffato nel Po, ci fu la premiazione.
Misero una coccarda tricolore al collo del bue dell’Anselmo il quale ritirò il diploma scritto in “gotico”: primo “ex aequo” con un allevatore di Cardona. L’Anselmo non sapeva cosa volesse dire “ex aequo” e gli sembrava strano che ‘primo’, che significa uno solo, fossero invece in due; ma fu ugualmente molto felice perché questa volta, oltre al foglio di carta con timbro, poté riprendersi il suo bue e riportarselo a casa.
Passando per il Ronzone, molti gli batterono la mano sulla spalla e gli dissero “Bravo!…”.
Era così felice che, una volta a casa e messosi comodo senza giacca , cravatta e penna stilografica, volle festeggiare; stappò la bottiglia delle grandi occasioni, quella che in trasparenza “si vedeva Terruggia”…, la sboccò dalla finestra per eliminare la sottile patina di fioretta, bevve un primo sorso al muso, poi si fermò perplesso.
“Non è giusto-pensò scuotendo il capo- abbiamo vinto in due… e poi le grandi gioie hanno un senso solo se si possono condividere…”.
L’Anselmo scese nella stalla, staccò il casù che teneva agganciato alla corda del pozzo e lo riempì di vino .
“Bevi!…”- disse al bue che, annusato un attimo, visibilmente gradì… tanto che l’Anselmo gli concesse diversi bis e tris… e ogni volta diceva “Prosit…”.
“In fondo il protagonista di questa bella giornata sei tu…; beviamoci ancora un goccio… Prosit…”
L’Anselmo si portò il mestolo traboccante di vino alla bocca e poi lo porse – prosit! – al ‘Bue grasso’ che bevve ancora avidamente; quindi, con gli occhi lucidi e languidi, prese a ruminare mentre con la coda faceva aria alle mosche.

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