Storia

… I GRANDI UOMINI CHE HANNO FATTO L’ITALIA, IL DUARDIN

Quando i Regi carabinieri di Sardegna gli portarono l’avviso della leva, il Duardin Morano era nei campi fra la Morana e la Cabassa nelle colline del Ronzone a sarchiare il terreno.
Il giorno dopo si vestì della festa, infilò nel taschino/cassaforte cucitogli dalla mamma sul corpetto i pochi centesimi che gli aveva passato suo padre (“Dopo la visita per il re-gli aveva sussurrato suo padre- può darsi che ti servano per…per la regina…), si infilò nel tascapane due “biove” ed una mela per il pranzo e la cena, si mise a tracolla le scarpe – che si sarebbe infilato entrando in città – ed andò a Casale per tirare il numero al distretto.
Allora la naja non era standard ma flessibile; cioè era il caso che ne determinava la durata. Passata la visita medica, se eri dichiarato abile – per il Re – sorteggiavi un numero: dall’ uno al sei erano considerati “bassi”, dal sette al 10 “alti”. Se il numero “tirato” era alto, te la cavavi, richiami esclusi, con un anno; se era basso, gli anni, sempre richiami esclusi, erano cinque (se “tiravi” due volte il dieci, eri esentato).

***

“All’ho tiralu bas bas bas/ mariiti pura che mi at las…”, diceva la canzone popolare ; ed erano versi che strappavano il cuore perché fotografavano la realtà della povera gente: “lei” non poteva pesare tanto a lungo sulla famiglia di origine e doveva trovare al più presto, amore o non amore , una “sistemazione”.
Il Duardin sorteggiò il numero con le sue mani e lo passò al maggiore che scandì:
“Nove!” ed al Duardin quasi venne un colpo dalla gioia.
Ma il maresciallo che registrava gli arruolamenti si avvicinò cauto e, con la dovuta deferenza, fece notare al suo superiore che “…il 9, per distinguerlo dal 6, doveva avere la riga sotto,… e quello sorteggiato dal coscritto…non ha la riga sotto…”.
Il maggiore, sforzandosi di nascondere la sua visibile contrarietà, fece effettuare un rapido controllo dei numeri; come per altro gli era ben chiaro, aveva ragione il maresciallo…ed il Duardin passò dalla vita alla morte, dalla gioia alla disperazione.
Il maggiore lo prese in disparte ed allargò le braccia come per dire: accidenti al maresciallo; poi gli batté una mano sulla spalla.
“Goditi questi pochi giorni …- gli disse – che poi sarà lunga…”.

***

La discesa in città per tirare il numero aveva sempre come corollario finale una puntata in quel locale, in piazza Venezia, dove i coscritti dovevano dimostrare di essere abili, oltre che per il Re, anche per la Regina…
Il Duardin ci andò di malavoglia, quasi trascinato; pensava a quel po’ po’ di anni da sorbirsi sotto le armi ed a papà e mamma che rimanevano senza le sue braccia per così tanto tempo…; una grossa disgrazia per una famiglia che solo sulle braccia poteva contare per tirare avanti. Ed un dolore struggente gli soffocava il cuore pensando alla Firmina; per anni, fin da bambini, non vedevano l’ora che fosse domenica per potersi incontrare, almeno con gli sguardi, a messa…; ed era tre anni che si “parlavano” ed ora si erano promessi…” Appena finito il militare…”
Aveva la testa lontana e, da quella sera, seppe che senza la testa a posto non si riesce a combinar nulla; nemmeno per la regina.

***

A casa, appena lo intravidero, in fondo al sapello, con gli occhi bassi e la faccia da cane bastonato, capirono. La madre si mise ad urlare prendendosi la testa fra le mani
e, dimenandosela come se volesse strapparsi i capelli, “L’ha tirato basso…- urlava singhiozzando…l’avevo detto io…!” (le donne, dopo, esclamano sempre: “l’avevo detto io”; sono straordinarie a far “tredici” la domenica sera…). Il padre si accese il muciotto di toscano-che teneva sempre, durante la giornata, spento in un angolo della bocca – fregandosi lo zolfanello sul di dietro dei pantaloni di fustagno; tirò un paio di boccate per mascherare la contrarietà (ma era qualcosa di molto, molto di più della contrarietà) e guadagnare tempo per un commento ad uso moglie.
“…Certo è un bel guaio (ma voleva dire: dolore) per noi!… ma che colpa ne ha lui, mica poteva vedere nel bussolotto… – disse; e magari borbottò a fior di labbra e forse solo nella mente – nel bussolotto, alla povera gente fan questo ed altro, c’erano solo numeri bassi…. Che ne può! – aggiunse forte-… che ne può !…”.
E poi, dopo aver urlato alla moglie “Non sbraitare, tanto cambia niente…!”, si avvicinò al figlio, gli batté più volte la mano sulla spalla.
“…Dopo…dopo però te la sei spassata!?!…”
“Si” mentì il Duardin senza alzare gli occhi .
“A miei tempi – sussurrò il padre togliendosi il toscano dalla bocca e sputando da una parte – feci cilecca; il pensiero della naja, e della morosa che rimaneva sola…, era più forte di ogni cosa… Invece tua mamma mi aspettò”.

***

Partì che era ancora notte.
Prima la mamma gli fece scaldare il latte sul focolare.
“Mangia – gli disse – riempiendogli una grossa scodella accanto alla quale c’era una pagnotta appena abbrustolita nella brace – il viaggio è lungo ed è meglio essere in forze; ricordati della roba…” aggiunse indicandogli con un rapido gesto dell’indice, un fagotto già annodato sul tavolo nel quale aveva avvolto del pane da tagliare a fette, un po’ di lardo e due o tre paia di calze rammendate con cura nella notte insonne .
“Là ha tutto – disse il padre, continuando a tamburellare sul tavolo, nel tentativo di alleggerire l’atmosfera…-…tetto, vitto, scarpe, vestiario… non deve pensare a nulla, gli danno persin la paga…”.
“Già ha tutto, non gli manca niente!…” ripeté la mamma con voce bassa ed arrochita dal pianto che cercava invano di soffocare; era in piedi dietro al figlio che, seduto al tavolo, mangiava in silenzio con il capo basso. La fiamma del camino, alimentata dalle pause, si alzava e si abbassava disegnando nelle stanza e sulle pareti giochi di luce e di ombre; a tratti il viso pareva folgorato da un lampo e subito si spegneva; era come ondeggiasse, senza alzarsi né abbassarsi, un sipario insensibile alle attese del pubblico… proprio come la vita sempre in bilico fra gli accidenti quotidiani e la speranza.

***

“…Non deve pensare a nulla – aggiunse – nemmeno a sua mamma…”.
E con la scusa che le vacche, non ancora munte, muggivano disperate, sfiorò con le labbra i capelli del suo Duardin, gli sussurrò “Ciao…” e corse nella stalla a soffocare nella paglia singhiozzi e lacrime.
Suo padre si alzò scostando bruscamente la sedia, spalancò la porta rimanendo immobile sulla soglia a gambe divaricate e busto ritto e guardando intensamente nel vuoto.
Il Duardin finì la zuppa di latte, si pulì la bocca con il dorso della mano e si alzò lentamente cercando con gli occhi sbarrati la mamma; ma suo padre, senza voltarsi, diede due colpi di tosse e disse :“andumma“, andiamo.

***

Fuori, l’aia era inondata dal chiarore della luna e fra i cespugli e per i sentieri dorati dal tufo si allungavano le ombre degli alberi. Nel cielo, pieno di stelle, si spandeva una striatura bianca, slavata e brandelli di nuvole grigie si inseguivano come giocassero a rimpiattino. L’aria pungeva i visi; già si avvertiva la rugiada. Laggiù in fondo al prato serpeggiava, seguendo le curve del Po, una lunga fila di pioppi. Un leggero velo, un bianco vapore che i raggi della luna attraversavano ed inargentavano rendendolo splendente, rimaneva sospeso sulle rive avvolgendo il corso tortuoso dell’acqua, di cui si avvertiva il profumo muschioso, come di un’ovatta lieve e trasparente.

***

All’incrocio del sapello con la carrareccia che portava allo stradone, si fermò sotto al grande gelso su cui era solito arrampicarsi apparentemente per raccoglierne le bacche violacee e dolcissime, ma in realtà per osservare, al di là della siepe, la Firmina che correva nell’aia fra le galline; lei ogni tanto si bloccava, alzava, senza curvarsi, il capo e, guardando verso il gelso, scuoteva leggermente la mano come per salutare ed invece gli mandava, dolcissimo (al confronto le bacche erano amare) un bacio ….
Il Duardin si volse e, muovendo lentamente gli occhi per incamerare nel cuore tutto quello che era stata la sua vita, guardò i suoi campi, la sua casa …e, alzandosi sulle punte dei piedi, la casa della Firmina al di là della siepe. Brillavano, nella sua stalla ed in quella della Firmina, le luci tenui delle lanterne ed il Duardin strinse gli occhi per attirarne ed assorbirne i raggi …
Camminarono fianco a fianco con la testa bassa senza dir parola ed i loro passi pesanti scandivano il silenzio della notte. Sfiorarono il vecchio cimitero; il Duardin notò con sorpresa che suo padre non si era tolto – come era solito anche sotto la pioggia battente – il cappello.

***

Si fermarono, impalati l’uno di fronte all’altro, dove la carrareccia che scendeva dalla Morana imboccava, davanti alla nuova chiesa parrocchiale, lo stradone; a sinistra per Pontestura a destra verso Casale.
“Don Zelio – ruppe il silenzio il Duardin indicando le luci tremule di candela che baluginavano dalle finestre della chiesa – si sta preparando per la prima messa…”
Suo padre annuì con il capo; poi gli passò il fagotto, che subito riprese per controllare – disse – che fosse ben annodato. In realtà cercava di guadagnare tempo e di allontanare il più possibile il momento del distacco perché, dentro, si sentiva soffocare, invaso da un tormento mai provato, da un bisogno vitale di abbracciare il figlio, di avvinghiarlo a sé e dirgli: “…Quanto ci mancherai alla mamma ed a me, a tuo padre, …quanto ci mancherai!…ma non per le braccia, non per le tue braccia che pure sono preziose, ma per il nostro cuore…quanto ci mancherai!…”..
Ma non poteva; doveva apparire freddo, quasi indifferente come si trattasse di una qualsiasi, normalissima circostanza.

***

Il Duardin non scorderà mai le ciglia ed il barbarot di suo padre che vibrano nello sforzo di mascherare quel fiume di sentimenti e di soffocare le lacrime (che avrebbero spaccato gli argini non appena fosse rimasto solo ed invisibile, e di cui mai nessuno avrebbe sospettato nulla…).
Suo padre gli strinse forte ed a lungo la mano.
“In gamba !- gli disse-…Il tempo vola… è un fulmine.. ; …la Firmina ti aspetterà…”; e riprese con passo lesto la strada di casa senza voltarsi.
Il Duardin seguì con gli occhi suo padre che se ne andava. Per la prima volta il suo corpo massiccio e possente, gli parve stanco ed incurvato. Quando svoltò nel sapello di casa sparendo alla sua vista, ebbe netta, anche se impalpabile ed inspiegabile, la sensazione che in quel momento dietro ai suoi gelsi, stesse svanendo, con suo padre, quella che fino ad allora era stata la sua esistenza e che mai più nulla di ciò che era stato si sarebbe riproposto. Sentiva che, appena si fosse avviato per lo stradone, sarebbe iniziata per lui un’altra vita.
Ma come sarebbe stata quella vita?!?…

***

Il Duardin fu fra quelli che varcarono il Ticino il 23 marzo 1848 ed entrarono il 26 in Milano fresco delle “cinque giornate”. Montò di guardia allo studio di Tommaso Grossi la sera in cui, come notaio, stese l’atto di fusione della Lombardia al Regno Sardo.
Fu tutto breve come un sospiro perché Radetzky il 25 luglio sconfigge – si combatté dalle 9 del mattino alle sette di sera; i morti furono 4654 – Carlo Alberto a Custoza ed il 6 agosto rientra, alla testa delle truppe vittoriose, in Milano. Il 9 agosto il generale Salasco certifica la sconfitta firmando l’armistizio con il quale i piemontesi si impegnano a ritirarsi dalla Lombardia ripassando, all’indietro, il Ticino. Milano si sente tradita mentre i capi delle Cinque giornate – Cattaneo, Ferrari, lo stesso Grossi – riparano in Svizzera.
Il 24 luglio, un giorno prima della battaglia fatale di Custoza, l’esercito piemontese aveva conseguito a Staffalo una vittoria sulle truppe austriache che sarebbe potuta essere decisiva ma da cui non seppe – per inerzia, indecisione, ignavia, incapacità dei suoi comandanti – trarre frutto.
Ed è lì, a Staffalo, che si chiude la storia del Duardin.

***

Staffalo – un paese lontano, al di là del Po e della grande pianura, in un vallone nel comune di Somma Campagna a 13 chilometri da Verona – che chissà dov’è anche se nelle giornate sclente di primavera e di autunno tre persone credevano di intravederlo in fondo all’orizzonte.
E gli pareva di scorgere, stringendo gli occhi nel contro sole, il Duardin che – fra le nuvole bianche – salutava mandando baci con la mano al di qua ed al di là della siepe.
Se ne andò – quattro anni dopo quella notte – per primo il padre, così grande e grosso, così forte, così apparentemente indistruttibile ed inattaccabile da qualsiasi emozione. Passava le sere seduto sulla soglia dell’uscio a cavalcioni di una vecchia sedia (casualmente, quella che soleva usare il Duardin), con il mento appoggiato alle braccia stese sullo schienale e con il mezzo toscano spento in un angolo della bocca tamburellando con le dita sul montante della sedia un chissà quale motivo, … gli occhi fissi sul gelso come se si aspettasse di veder sbucare da un momento all’altro…

***

“…Duardin…- esclamò mentre la moglie gli toccava la spalla per dirgli che la cena era pronta – Duardin…”; ed, allungato in un ultimo guizzo il braccio con l’indice steso verso il fondo del sapello, reclinò il capo sul petto.
La mamma, così fragile e così coriacea, sopravvisse al marito diciotto anni “Perché qualcuno deve pur rimanere a ricordarli… e se quel numero fosse stato il 9 come avevano detto in un primo momento, ma già per la povera gente è sempre così,… sarebbero qui ancora tutti e due e magari i nipotini…”.
Viveva solitaria frequentando tutti i giorni la prima messa alle cinque del mattino e, la domenica, alle cinque e mezza.
La trovarono con la testa affondata fra le braccia piegate a gomito sul tavolo come se dormisse a fianco della scodella di caffè-latte ancora tiepida, una fettina di acsenta appena sbocconcellata su un piattino a fiori, i messi del comune. Erano andati a comunicarle che “…il cavalier Lanza, di ritorno da Firenze, ha annunciato ieri sera nel palazzo municipale che, per adeguatamente festeggiare la presa di Roma, il governo aveva deliberato un premio di quattordici lire per tutte le famiglie dei morti nelle guerre di indipendenza…congratulazioni…viva l’Italia…”.

***

La Firmina fu promessa ad un facoltoso mediatore di bovini di Penango; accettò con rassegnata indifferenza.
Ma volle mettere per iscritto, da un notaio e alla presenza del rettore della parrocchia del Crocifisso ed Addolorata, don Alessandro Grosso, che al primo figlio si sarebbe “…imposto il nome di Edoardo…”,… Duardin…

 

(L’immagine rappresenta una riproduzione storica della battaglia di Staffalo del 1848)

Share:

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.