Cultura

IL DIALETTO NON È UNA LINGUA MA UN LINGUAGGIO

UN VERO PATRIMONIO LOCALIZZATO – IL PARERE DI DANTE (ALIGHIERI)

Il dialetto non è una lingua; è una cultura, cioè una maniera di vivere. È un linguaggio – locale, molto localizzato – ricco ed intenso che non ha grafia (chi glie ne dà una, sbaglia); è un linguaggio di analfabeti, di gente che affida alla parola ed alla memoria la sua vita, la sua storia, la sua tradizione… Tutto si concentra e si tramanda nella parola; e la memoria che da essa discende è la vita e la radice dei popoli.

Io non scrivo, non ho mai scritto nulla, in dialetto; ne uso solo le parole – dandogli la grafia della pronuncia – che non hanno l’equivalente in italiano e per tradurre le quali ci vorrebbe un lungo discorso.

Il dialetto non si può insegnare; lo si impara poppandolo dalla mamma e vivendolo.

Subito dopo la guerra, per un mal senso di status simbol (termine che allora non esisteva, ma il concetto sì), i genitori fecero imparare ai loro figlioli, anziché il dialetto, l’italiano.

“Così si sentono all’onor del mondo e quando vanno a scuola non sono svantaggiati rispetto ai figli di chi ha il portafoglio a bocca di coccodrillo… e parla italiano”.

Era un’ansia di promozione sociale ben comprensibile, ma sbagliata (a scuola l’italiano lo si imparava comunque e quello che differenziava gli uni dagli altri non era il censo ma la zucca).

Così si è dilapidato un patrimonio preziosissimo.

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Il dialetto piemontese, in quanto generalizzato sul territorio, non esiste: perciò non è una lingua, che presuppone l’identità e la cui caratteristica irrinunciabile è l’omogeneità.

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Ogni realtà locale, per piccola che sia, ha il suo che si differenzia a volte sensibilmente, nelle città, anche da quartiere a quartiere.

A Casale – ad esempio ma ci potrebbe citare all’infinito, ci sono sfaccettature diverse anche da rione a rione;’ lui’ è “cel” o “lu” o “cullì” a seconda se si proviene da Porta ad Po o dal Ronzone o da Porta Milano; e così pure altre parole come ad esempio “dove” che, a secondo del rione o della frazione, può essere “andùa” o “vuanda”…; e si potrebbe continuare ad oltranza.

Cosa significa “dialetto piemontese”?: quello che si parla – o meglio: che si parlava – a Torino… o a Casale?; e in quale rione? (quelli periferici – gli extra moenia – hanno un linguaggio che è caratterizzato spesso dalle reminiscenze degli eserciti che assediavano la città). “Lui”, all’ombra della Torre di Santo Stefano, si dice “lu”, ma a Porta ‘d Po, ad esempio, “cel”; in qualche rione si usava solo il pronome dimostrativo “cullì”. Appena passato il ponte o la prima collina, “dove” – “andua” – diventa “vuanda”; i paesi dell’hinterlard hanno la loro specificità che li fece definire, dai cittadini, “murlu”.

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“Cel e cella ai fasivuo la naua: se iera nen cel, cella l’agnavua…”; si dice a Balzola e nell’oltre Po – A Casale si direbbe: “Lu e le ai favu la nova; se aiera nen lu, le a l’agnava…” In Italiano; “Lui e Lei nuotavano; se non era per lui, lei sarebbe annegata”

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Se ci si allontana da Casale le differenze sono ancora più marcate; in torinese, sempre per portare esempi, ‘pera’ si dice, anziché il nostro “peiiar”, “prus, mentre il pisello, a Casale “arbion”, a Torino è “pois”; e la pietra, “preia”, sotto la Mole è “pera”; …ed anche qui si potrebbe continuare all’infinito.

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(Una curiosità: Dante scrive, nel “De vulgari eloquentia”. che i linguaggi che si parlano a Torino, Alessandria, e Trento, sono “turpissimi”; di peggio c’ è solo il romanesco.)

Aggrappandomi al sommo Poeta, io ho sempre affermato che il dialetto più bello del Piemonte è quello che si parla a Casale, in primis al Ronzone.

Ma qui potrei essere accusato di faziosità…

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