Storia

Le Crociate e gli Aleramici (di Monferrato e Del Vasto), secondo gli storici internazionali

(Quarta e ultima parte)

Nelle parti precedenti di questo breve saggio divulgativo abbiamo rilevato, seppur sommariamente, quanto gli storici francesi e locali (italiani) abbiano riportato sulla partecipazione degli Aleramici alle Crociate, in particolare gli Aleramici di Monferrato e Del Vasto, che sono le due principali dinastie di discendenza aleramica. La prima deriva da Oddone, figlio del marchese Aleramo, e la seconda dall’altro figlio, Anselmo.

I Del Vasto a loro volta si divideranno nel corso dell’XI e XII secolo in numerose altre casate minori, come abbiamo visto in precedenza.

Abbiamo avuto riscontro di quanto sia complicato condurre ricerche storiche, anche solo divulgative come nel mio caso, per via del fatto che gli storici locali sparsi nella penisola e nelle isole, forse per le scarse fonti cui attingono, inducono spesso confusione sull’identità e la provenienza dei personaggi Aleramici coinvolti nelle vicende locali, attribuendogli denominazioni diverse e commettendo a volte errori di collocazione, attribuzione e anacronismi.

In secondo luogo per la faziosità di alcuni storici, come quelli francesi, che hanno avuto un’eccessiva tendenza a esaltare l’apporto francese alle Crociate, anche quando francesi non erano affatto all’epoca designata (La Provenza, la Borgogna, la Lorena, ecc., per citare qualche esempio, non appartenevano al Regno di Francia all’epoca della I Crociata, e quindi tutti i loro baroni partecipanti non potrebbero essere considerati franchi), mentre al contrario hanno sempre teso a minimizzare l’apporto delle Repubbliche marinare, dei Lombardi e gli altri abitanti della penisola e delle isole che poi avrebbero assunto un’unica sovranità sotto i Savoia.

Ancor più raramente viene riconosciuto il ruolo chiave apportato dagli Aleramici di Monferrato e molto sottovalutato quello dei normanni di Sicilia, che erano strettamente imparentati agli Aleramici vastensi, cioè i marchesi Del Vasto, in particolare coi Busca, feudo che il grande marchese Bonifacio del Vasto assegnò al figlio Guglielmo, che divenne pertanto capostipite del ramo Busca-Lancia. Ramo che, a partire dal 1201 durante il marchesato di suo figlio Manfredi, inizio a rilevarsi nella documentazione storica reperibile con la sola cognomazione Lancia, che poi proseguì ininterrottamente per i secoli successivi fino alla trasformazione finale in Lanza.

Molto probabilmente i normanni d’Altavilla, durante il percorso per scendere dalla Normandia nel Meridione d’Italia, devono aver stabilito rapporti con i marchesi Del Vasto-Busca (poi divenuti Lancia), che col tempo sono sfociati in legami di parentela e d’amicizia, al punto tale che re Ruggero II era per metà di sangue aleramico e uno dei suoi successori al Regno di Sicilia, nonché imperatore del Sacro Romano Impero, il famoso Federico II di Svevia, era anche lui un discendente aleramico e non solo normanno, essendo figlio di Costanza che a sua volta era figlia di re Ruggero II (che ricorderete era figlio di Adelaide Del Vasto-Savona), che di conseguenza era il nonno di Federico da parte materna.

Statua di Federico II di Svevia situata nel Palazzo Reale di Napoli

Quindi Federico era nipote di Ruggero II e pronipote di Adelaide del Vasto, e infatti ebbe a sua volta strettissimi legami coi discendenti Aleramici vastensi discesi nel Meridione d’Italia, sposandone ben due principesse.

La prima principessa di discendenza aleramica da lui sposata è stata Jolanda di Brienne (anche riportata come Iolanda o come Isabella di Brienne), che era l’unica figlia di Maria di Monferrato, regina di Gerusalemme, che a sua volta era stata figlia di Corrado di Monferrato e di Isabella di Gerusalemme, sorellastra della famosa Sibilla, sorella del re lebbroso Baldovino IV, che andò in sposa a Guglielmo di Monferrato detto Lungaspada).

Jolanda quando andò in sposa a Federico nel 1225 aveva solo 13 anni e portava in dote il Regno di Gerusalemme che era un titolo fittizio, privo di potere e rendite, svuotato di ogni significato politico, ma attribuiva solo di effimero prestigio. Quando morì, di anni ne aveva solo 16, cioè la metà di Federico, pertanto tutto considerato, il destino di Iolanda fu piuttosto triste, desolante, non avendo destato alcun interesse nel marito e non avendo ricevuto le attenzioni di cui necessitava e cui forse aspirava, essendo il matrimonio motivato esclusivamente da motivi politici (come era prassi). Purtroppo all’epoca le morti in età fanciullesca e adolescenziale dei principi, principesse e sovrani era assai frequente (soprattutto di parto), essendo la medicina nel Medioevo a livelli incresciosi, spesso arrecava più danni che benefici e si basava non su conoscenze appurate ma perlopiù su superstizioni e pregiudizi.

Le note sopra riportate dovrebbero già farci rendere conto dell’intreccio che gli Aleramici di Monferrato e Del Vasto avevano con i sovrani di Gerusalemme e di come il loro rilievo storiografico non possa essere sottovalutato.

La seconda principessa di discendenza aleramica fu Bianca Lancia, che Federico II sposò in articulo mortis (in punto di morte), e in proposito alcuni storici insinuano che Bianca abbia simulato di essere in pericolo di vita per indurre Federico a sposarla, ma occorre rilevare che effettivamente ella morì di lì a poco, e fino a quel momento lo stesso figlio di Bianca e Federico, Manfredi, era ancora indicato come Manfredi Lancia, cioè non era ancora stato legittimato come erede ufficiale di Federico.

Bianca Lancia era discendente dei marchesi Aleramici vastensi Busca-Lancia, poi divenuti Lanza a partire dal XVII secolo (dai quali discende il nostro attuale prezioso collaboratore e storico dinastico aleramico Manfredi Lanza), che da generazioni erano fedeli servitori degli Hohenstaufen, fin dai tempi di Federico Barbarossa.

Bianca diede tre figli a Federico, tra cui Manfredi (un nome diffusissimo tra i Lancia, assegnato in ogni generazione successiva), ed era a sua volta figlia di un altro Manfredi (Lancia), che a sua volta ebbe tra gli altri figli l’ennesimo Manfredi (quindi fratello di Bianca) che pare abbia avuto stretti legami con gli Aleramici di Monferrato, alla cui corte ebbe modo di raffinarsi alle arti poetiche provenzali, essendo la corte di Monferrato assai rinomata dal punto di vista culturale, un aspetto questo non trascurabile, in quanto potrebbe aver influenzato il nipote Manfredi (figlio di Banca e Federico) che non casualmente seguì assiduamente la scuola poetica siciliana e divenne a sua volta un suo esponente e compositore.

Bianca Lancia e Federico II di Svevia in una miniatura contenuta nel Codex Manesse compilato a Zurigo nei primi anni del ‘300

Il Manfredi Lancia fratello di Bianca, divenne intimo amico di Federico II di Svevia e ricevette incarichi politici e amministrativi di notevole responsabilità e prestigio, e fu sempre apprezzato dall’imperatore al punto che negli ultimi anni di vita trascorse alcuni mesi in una delle dimore dei Lancia a Vercelli.

Tra le varie mogli di Federico, legittime e/o non riconosciute, Bianca Lancia era tra quelle che maggiormente hanno influito su di lui (a differenza della troppo giovane e sfortunata Iolanda-Isabella), come dimostra il fatto che gli abbia intestato varie terre e possedimenti tra le quali il significativo titolo di Monte Sant’Angelo (Honor Montis Sancti Angeli, ex fortezza bizantina), che aveva sempre fatto parte della dote esclusiva delle regine del Regno di Sicilia.

Siccome Bianca non era di sangue reale fu sempre e soltanto considerata una sposa morganatica. Il matrimonio morganatico avveniva tra un sovrano e una sposa di rango inferiore alla quale era impedito ereditare titoli e privilegi del marito.

Gli storici internazionali, prevalentemente anglosassoni, cui ho attinto le informazioni che compongono questa sezione divulgativa, con mia sorpresa e meraviglia, hanno spesso puntualizzato gli intrecci tra gli Aleramici e gli Hohenstaufen, fornendo almeno indirettamente l’opportunità di cogliere quanto le casate di Monferrato e Del Vasto abbiano influito sulla storia della dinastia Hohenstaufen, sia in “Lombardia” che nel Regno di Sicilia (intendendo tutta l’Italia Meridionale). Ad esempio, in una canzone provenzale sono narrate le gesta del marchese Bonifacio I di Monferrato che, probabilmente al seguito di una spedizione militare organizzata dall’imperatore Enrico VI, sbarcò in Sicilia nel 1190 per contribuire nell’assumere il controllo dell’isola. Ma è soprattutto la loro attività in Terra Santa ad essere generalmente trascurata dalla storiografia internazionale, in particolare per l’apporto indiretto ma significativo degli Aleramici vastensi per il tramite dei normanni di Sicilia.

Che gli Hohenstaufen abbiano fornito un notevole contributo alle crociate non possono sussistere dubbi, a partire da Federico Barbarossa che partecipò sia alla fallimentare II Crociata che alla III, e che dopo l’esperienza precedente cercò di preparare nel migliore dei modi, predisponendo scrupolosamente ogni processo organizzativo, compreso il viaggio per terra, portandosi appresso un poderoso esercito per l’epoca.

Busto in bronzo di Federico Barbarossa risalente al 1173

Si stima fossero oltre 20.000 uomini (alcuni cronisti riferiscono addirittura di 100.000, ma sono indicazioni esagerate per l’epoca, per quanto è la cifra che prevale nei testi da me consultati), di cui circa il 10-15% erano cavalieri, percentuali queste che sono più o meno sempre applicabili agli eserciti medievali nella proporzione tra cavalieri e fanti o arcieri che componevano gli eserciti approntati per la guerra. Ma il destino aveva in serbo per l’epico personaggio una fine paradossale e tragica, facendolo affogare in un fiume della Cilicia (nel sud della Turchia), il Saleph, che anticamente era conosciuto come Calycadnus e oggi come Göksu, che pare disponesse in quel periodo di acque poco profonde ma correnti abbastanza impetuose, per cui si presume sia morto per congestione o infarto, oppure per essere caduto da cavallo con la pesante armatura senza riuscire a risollevarsi, forse per l’eccessiva stanchezza accumulata durante lo stremante viaggio a tappe forzate.

Questo evento traumatizzò l’esercito germanico, che era stato pure falcidiato da frequenti epidemie e indusse molti a rinunciare, a tal punto che solo un quarto degli effettivi arrivò ad Acri. La consueta rivalità tra i vari sovrani e baroni partecipanti alla crociata, i cui eserciti seguirono tragitti diversi senza coordinarsi, fece fallire la Crociata nel suo scopo primario, non riuscendo a riconquistare Gerusalemme.

Il titolo di re di Gerusalemme, già in precedenza era poco significativo e operativo, essendo il sovrano solo un “primus inter paris”, cioè era alla pari dei baroni dei Regni Crociati in Terra Santa, i quali come ho già avuto occasione di ribadire, facevano di testa loro e regnavano nei loro possedimenti come fossero sovrani autonomi (mi riferisco alla Contea di Edessa e di Tripoli e al Principato di Antiochia, che solo formalmente erano vassalli del Regno di Gerusalemme, idem dicasi successivamente per Cipro, che divenne la base logistica e di supporto militare per ogni spedizione  crociata in Terra Santa).

Dopo la perdita di Gerusalemme nel 1187 per opera del Saladino il titolo di re di Gerusalemme divenne fittizio, seppur ancora molto ambito e conteso tra i baroni latini, e in seguito divenne puramente onorifico ed effimero.

Federico II di Svevia, lo “Stupor Mondi”, si impegnò a sua volta a partecipare all’ennesima crociata, la VI, e siccome si trovò in una situazione di stallo per oltre un decennio, per una molteplicità e complessità di altre priorità e gravose responsabilità politiche e militari (in particolare doveva affrontare la pervicace ostilità degli agguerriti e potenti comuni lombardi), non riuscì ad avviare neppure i preparativi per la partenza, sempre rinviata, e si ritrovò suo malgrado con un paio di scomuniche comminate da Papa Gregorio IX, la cui pervicace ostilità aveva prevalentemente cause politico territoriali, non volendo lo Stato Pontificio trovarsi circondato da due potenze gestite da uno stesso sovrano (il Sacro Romano Impero e il Regno di Sicilia). Sovrano che oltretutto aveva fama (fondata) di essere alquanto “eretico” rispetto all’ortodossia cattolica e poco soggetto all’autorità papale, essendo un libero e acuto pensatore, cresciuto sotto l’influenza di culture cosmopolite e tipicamente orientali e dal vissuto quotidiano assai simile allo stile dei sovrani arabi (disponeva di un proprio harem e di guardie personali saracene), destando parecchio scandalo per l’epoca. Sovrani arabi, che ci tengo a precisare, erano molto più evoluti culturalmente e civilizzati rispetto agli “europei” che spesso avevano ancora usanze, comportamenti e costumi barbari e un livello culturale primitivo, da analfabeti. Idem per quanto riguarda l’Impero bizantino, che in tutti i settori era molto superiore ai regni occidentali, con la sola eccezione del Regno di Sicilia.

Paradossalmente quando finalmente Federico riuscì a partire per la VI Crociata, lo fece da scomunicato, e per l’epoca la cosa costituì uno scandalo senza eguali, al punto tale che tutti si aspettavano che la spedizione finisse in un disastro, frutto dell’inevitabile prevedibile punizione divina.

Il Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici Ermanno di Salza, amico di Federico II di Svevia

Al contrario fu l’unica crociata, dopo la prima, ad avere successo, senza spargimento di sangue, ma ricorrendo solo all’intelligenza del protagonista e alle sue efficaci arti diplomatiche, alle affinità culturali con il suo primario interlocutore arabo, ai ricchi doni e agli ottimi diplomatici da lui ben istruiti (tra cui l’immancabile e affidabile amico Ermanno di Salsa, Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici), riuscì a strappare un accordo prodigioso col sultano d’Egitto e Siria Muhammad ibn Muhammad b. al-ʿĀdil b. Ayyūb (che era nipote di Saladino), per cui la cristianità per oltre dieci anni avrebbe ricevuto Gerusalemme (ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà), Betlemme, Nazareth, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin). Ai musulmani era permesso di accedervi in quanto considerato luogo santo anche da loro. Gerusalemme doveva essere consegnata smantellata e indifendibile, quella che oggi definiremmo “città aperta” e multiculturale e multietnica.

L’accordo era talmente favorevole a Federico II che il sultano ebbe notevoli problemi a giustificare tali numerose concessioni coi suoi alti dignitari (Emiri, Visir, Sceicchi, ecc.) che erano nettamente ostili, e ancor più difficoltà ebbe Federico che fece infuriare tutti gli alti prelati filopapalini, il Papa in primis. Sia perché Federico da scomunicato non avrebbe dovuto agire per conto della cristianità e in secondo luogo ritenevano un’infamia stabilire accordi con i mussulmani, che secondo loro avrebbero dovuto essere sconfitti e cacciati solo con il ricorso alla forza delle armi, dimostrando con questo atteggiamento di disprezzo tutta la loro protervia, faziosità e ottusità, in quanto tale obiettivo, cioè la prevaricazione militare, era assolutamente impossibile da conseguire, per la differenza numerica delle forze in campo e la conflittualità interna alle compagini latine, comprese le rivalità reciproche dei famosi Ordini monastico militari cavallereschi, come i Teutonici, gli Ospitalieri e i Templari.

In proposito è interessante constatare l’enorme differenza nell’atteggiamento e comportamento dei vari Ordini monastico militari nei confronti di Federico.

Mentre i Teutonici (Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, l’ultimo Ordine dei tre nato in Terra Santa) erano molto favorevoli a Federico II di Svevia, al punto tale che il loro Gran Maestro dell’epoca, Ermanno di Salza, era un suo intimo e fedelissimo amico, spesso utilizzato da Federico come ambasciatore e delegato imperiale, soprattutto nei confronti del Papa e della Curia Romana, gli Ospitalieri (Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, poi divenuti Cavalieri di Rodi e di Malta) erano collocabili tra il non collaborativo e l’ostile, mentre i Templari (Poveri Compagni d’Armi di Cristo e del Tempio di Salomone) erano inequivocabilmente ostili, ed è il motivo per cui Federico li ha sempre considerati come avversari di cui diffidare se non addirittura nemici da combattere.

Cavaliere Teutonico nella classica uniforme bianca con croce nera

Se l’obiettivo della Chiesa fosse stato veramente la “liberazione” di Gerusalemme per renderla nuovamente meta di pellegrinaggio (mentre nella realtà l’intento ecclesiastico era fin dalle origini delle crociate quello di creare uno stato teocratico, se non addirittura ierocratico, nel Vicino Oriente, quindi dominato dalla Chiesa), la Crociata di Federico II avrebbe dovuto essere considerata un pieno successo, ma evidentemente per il papato gli scopi erano altri e non certamente trasparenti e nobili, intimamente connessi con la lotta del Papato contro l’Impero per la supremazia politico temporale, ergendosi il Papa a capo indiscusso della cristianità, arrogandosi il potere di incoronare i re e gli imperatori e deporli a suo piacimento.

L’astio del papato verso gli Hohenstaufen era travalicato a tal punto che i papi a lui ostili, il quasi centenario e agguerrito Gregorio IX e il suo successore Celestino IV, giunsero a ordire continui complotti per provocare la ribellione dei baroni vassalli di Federico II, fino a congiurare per provocare la morte sua e dei suoi famigliari, con l’intento più o meno manifesto di estinguere l’intera dinastia degli Hohenstaufen, considerata un flagello per gli interessi materiali della Chiesa Cattolica Romana.

Questo protratto comportamento delle alte gerarchie ecclesiastiche provocò a volte anche ribellioni presso i loro stessi sudditi romani e dello stato pontificio, al corrente di tali manovre e almeno parzialmente simpatizzanti per l’imperatore, il quale nonostante ripetuti tentativi di raggiungere compromessi riappacificatori, nonostante fosse disposto a concessioni generose verso la Chiesa, fu alla lunga costretto a ricorrere alla forza delle armi (non limitandosi più alla sola minaccia), per non essere sopraffatto dall’avidità e dalla sete di potere dei papi a lui ostili.

Per capire la gravità della situazione venutasi a creare, a causa della volontà delirante di dominio e all’avidità dei papi, persino gli altri sovrani cristiani, come il re di Francia (ad. esempio Luigi IX il Santo) e i re d’Ungheria Andrea II il Gerosolimitano e il suo successore Béla IV (i sovrani d’Ungheria sono sempre stati considerati tra i più cristiani e devoti alla Chiesa), scrivevano spesso al Papa perché cessasse questa ostilità, deleteria per non dire infamante per l’intera cristianità, che impediva tra l’altro l’unione delle forze cristiane per approntare una crociata, degna di questo nome, che potesse avere qualche chance di successo.

Esaurita la breve disamina sull’apporto alle crociate degli Hohenstaufen in correlazione con gli Aleramici Del Vasto, forniamo ora qualche accenno ai nostri marchesi Aleramici di Monferrato e la loro partecipazione alle Crociate.

In primo luogo, non possono sussistere dubbi sul fatto che i marchesi di Monferrato fossero da considerarsi a tutti gli effetti alla pari dei ben più noti e importanti “baroni” latini europei, siano essi franchi, germanici, provenzali, borgognoni, normanni, ecc., che vengono spesso citati dalla storiografia, alcuni dei quali con successo e fortuna sono pure riusciti a crearsi un loro regno o feudo in Terra Santa, solo nominalmente vassalli del re di Gerusalemme.

Quella degli Aleramici di Monferrato era una famiglia di alto lignaggio, dotata di prestigio riconosciuto a livello internazionale, basti ricordare in proposito che il marchese Guglielmo V detto il Vecchio, che diede l’avvio all’epopea aleramica in Terra Santa, era talmente riverito e stimato per le sue doti militari e politico diplomatiche (soprattutto nel creare alleanze), che era riuscito a imparentarsi con le maggiori case regnanti delle potenze contigue alla penisola.

Per motivi genealogici e matrimoniali, che non riporto per non farvi andare in corto circuito il sistema neuronale (rischio che corro spesso anch’io quando cerco di districarmi tra questi grovigli di intrecci parentali), Guglielmo V era fratellastro di Amedeo III conte di Moriana (i Savoia inizialmente erano conosciuti come Moriana, dalla località del loro primo feudo, ed erano inizialmente alleati dei Monferrato e antagonisti dei Del Vasto), ed era pure zio del re di Francia Luigi VII e da giovane aveva sposato Giulitta d’Austria (o Giuditta Babenberg), sorellastra dell’imperatore del Sacro Romano Impero Corrado III Hohenstaufen.

Baldovino IV il re lebbroso di Gerusalemme portato in lettiga comanda la vittoriosa battaglia di Montgisard del 1177, in un dipinto di  di Charles Philippe Auguste de Larivière

Dalla moglie Giulitta, Guglielmo ebbe diversi figli, tra i quali (gli altri li elencherò successivamente) il famoso Guglielmo Lungaspada (o Spadalunga) che andò in sposa a Sibilla, sorella del re di Gerusalemme Baldovino IV il Lebbroso, abile condottiero e stratega (soprattutto quando la salute glielo consentiva, ma anche da infermo non si sottraeva alle sue responsabilità), forse il re più saggio e lungimirante della breve storia dei regni crociati nel Vicino Oriente, che il fato ha fatto soffrire lungamente e perire troppo prematuramente. Fu Baldovino stesso che invitò nel suo regno Guglielmo Lungaspada per assegnargli l’onore di fornirgli una discendenza, assegnandogli le signorie di Giaffa e Ascalona (feudi del suo regno), possiamo pertanto immaginarci il prestigio di cui godevano i nostri marchesi in tutto il Mediterraneo e nel continente.

Secondo il cronista dell’epoca Guglielmo di Tiro (di cui era arcivescovo) nella sua opera  in latino Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, una cronistoria che percorre quasi un secolo di vicende delle prime crociate e dei regni latini d’Oriente, Guglielmo Lungaspada viene descritto in maniera estremamente lusinghiera, oltre all’aspetto virile bello e biondo e le sue virtù guerriere, mette in risalto l’alto lignaggio e la fama acquisita che ben pochi principi e baroni latini potevano essere a lui equiparati.

Anche Guglielmo Lungaspada morì troppo prematuramente per malattia (i cronisti accennano ad atroci sofferenze nella sua agonia), prima ancora di poter vedere nascere il figlio. Sibilla infatti poco dopo essere rimasta vedova partorì Baldovino V, che però perì a soli nove anni, nel 1186, pochi mesi dopo essere stato incoronato re di Gerusalemme.

Corrado di Monferrato, secondogenito di Guglielmo il Vecchio, cui ho già accennato nelle sezioni precedenti, sposò nientemeno che Teodora, sorella dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo, ma rendendosi conto di quanto fosse insidiosa e pericolosa la situazione presso la corte dell’Impero Romano d’Oriente, con continue congiure e attentati, considerandosi in pericolo di vita abbandona la corte e si reca in Terra Santa.

Sul prestigio e la disponibilità finanziaria di Corrado basterebbe citare il fatto che si recò in Oriente dopo la disfatta della battaglia di Hattin e la perdita di Gerusalemme, noleggiando una flottiglia di vascelli carichi di approvvigionamenti e truppe con l’intenzione di sbarcare a San Giovanni d’Acri, ma non fu possibile perché era già conquistata dagli infedeli (la stessa potente flottiglia composta da una cinquantina di vascelli venne poi dallo stesso Corrado riutilizzata mesi dopo per l’assedio e la riconquista di San Giovanni d’Acri dopo l’arrivo di possenti rinforzi dal continente), per cui optò per l’unico possedimento cristiano rimasto, Tiro, che era sotto assedio e si stava predisponendo ad arrendersi.

Corrado venne accolto a Tiro come un salvatore e prese in mano la situazione assumendo il comando, rimotivando la guarnigione e gli assedianti convincendoli a resistere ad oltranza, nonostante che il Saladino, resosi conto del mutamento della situazione causato dall’arrivo di Corrado, gli proponesse la liberazione del padre Guglielmo il Vecchio, che era suo prigioniero dalla battaglia di Hattin, se si fosse arreso. Si fece talmente onore nella strenua difesa di Tiro che Saladino libererà ugualmente Guglielmo in segno di ammirazione per Corrado, ennesimo atto di generosità del cosiddetto “feroce” Saladino. Guglielmo, peraltro provato dalle stremanti esperienze subite, fiaccato nello spirito e nel corpo, morirà poco dopo.

Statua di Saladino situata nel Museo Militare Egiziano del Cairo

Pochi mesi dopo l’arrivo di Corrado a Tiro giunsero massicci rinforzi da tutto il continente, perché la grave sconfitta di Hattin e la perdita di Gerusalemme avevano destato molto turbamento nel mondo cristiano, provocando una gigantesca mobilitazione bellica, come mai se ne erano viste in precedenza: oltre 50 navi pisane (alcuni cronisti dell’epoca riportano addirittura la cifra di 120), una flottiglia genovese e una veneziana di poco inferiore e oltre 500 navi dai paesi del nord Europa, trasportarono truppe scandinave, danesi, fiamminghe e inglesi (il potente esercito inglese era comandato da Riccardo Cuor di Leone), oltre a cospicui contingenti italiani, germanici e franchi trasportati dalle Repubbliche Marinare (che incameravano lauti profitti e concessioni).

Sbarcarono a Tiro complessivamente parecchie decine di migliaia di fanti e diverse migliaia di cavalieri e iniziarono la riconquista del regni latini d’Oltremare. Ma avevano un avversario temibile, di assoluto valore, il curdo Ṣalāḥ ad-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb, conosciuto come Saladino, che disponeva del più potente esercito dell’epoca, avendo riunificato l’Egitto con la Siria. Ma nonostante questo degno avversario l’esercito crociato era talmente numeroso e potente che avrebbe potuto riconquistare tutti i territori e le città perdute, compresa Gerusalemme, se solo avesse avuto migliori comandanti, meglio coordinati tra loro, meno gelosi e ostili reciprocamente, se come suggerito da diversi storici internazionali, avessero scelto fin da subito Corrado di Monferrato come loro capo e se avesse potuto veramente assumere operativamente la reggenza del Regno di Gerusalemme, anziché essere assassinato pochi giorni dopo la designazione come sovrano.

Corrado si farà talmente onore anche durante le fasi della successiva riconquista di San Giovanni d’Acri e nelle operazioni di approvvigionamento via nave, da lui organizzate e condotte per sostenere le truppe crociate nella riconquista delle città costiere, che ottenne, obtorto collo, dal re di Gerusalemme Guido di Lusignano (che aveva ottenuto il titolo regio jure uxoris, cioè per diritto di sua moglie, avendo sposato Sibilla, vedova di Corrado Lungaspada) il riconoscimento delle signorie di Tiro e di Beirut, essendo tutti i baroni del regno favorevoli a Corrado.

Successivamente Corrado sposò Isabella di Courtenay, sorella di Sibilla di Gerusalemme, legittima erede al trono di Gerusalemme dopo la morte di Sibilla, inimicandosi Riccardo Cuor di Leone, frustrato nei suoi piani ambiziosi e messo in ombra dall’ascesa del principe “lombardo” (ricordatevi sempre che tutta l’Italia del Nord Ovest era all’epoca designata come “Lombardia”).

Solo l’intervento di suo cugino re Luigi II di Francia consentì a Corrado di non subire immediate ripercussioni, tra le quali la perdita dei suoi possedimenti, sui quali Riccardo aveva delle mire. Ma oltre a re Riccardo d’Inghilterra un altro personaggio già citato (Guido di Lusignano) gli divenne ostile quando, dopo la morte della moglie Sibilla, i baroni latini manifestarono l’intenzione di scegliere Corrado e incoronarlo come re di Gerusalemme per i suoi meriti e talenti, disponendo i baroni del diritto di eleggere il sovrano, mentre il Lusignano, non essendo all’altezza del concorrente, fondava le sue pretese, sia sulla precedente esperienza di reggente del regno al tempo di Baldovino V quando era ancora un fanciullo, e sia sul diritto legale matrimoniale (che gli derivava dalla moglie Sibilla), che poi era lo stesso che poteva vantare Corrado avendo sposato la sorella Isabella, sopravvissuta a Sibilla.

Lusignano era inoltre da tempo inviso ai baroni del regno, soprattutto per essere ritenuto il maggiore responsabile della sconfitta di Hattin.

Corrado venne pertanto scelto dai baroni come re di Gerusalemme e la notizia gli pervenne il 21 aprile 1192, una settimana dopo cadde in un’imboscata da parte di ignoti sicari, che gli storici identificano con elevata probabilità nella setta degli Assassini del Vecchio della Montagna, tecnicamente e storiograficamente la setta era denominata degli Hashishiyya (etimologicamente deriverebbe dal fatto che fossero consumatori hashish oppure seguaci di Hassan, loro capo carismatico e spirituale), erano un gruppo numeroso e potente di eretici ismailiti sciiti, una sorta di ninja ante litteram, mercenari specializzati in omicidi, ingaggiati ovviamente da qualche committente, nel caso di Corrado i sospetti furono i due già citati, Riccardo I d’Inghilterra o Guido di Lusignano (il più probabile). La loro sede principale del vasto territorio da loro controllato era la rocca di Alamut in Persia, ma erano dislocati in quasi tutti i paesi del vicino Oriente, soprattutto in Siria, ed erano temutissimi, essere presi di mira da loro significa morte certa e l’unica salvezza era la fuga.

Ritratto del re franco Guido di Lusignano”, olio su tela, di François-Édouard Picot, realizzato nel 1845 e situato nella Reggia di Versailles in Francia

Guido di Lusignano per compensare la perdita del Regno di Gerusalemme acquistò, secondo alcuni storici, dall’Ordine dei Cavalieri del Tempio (Templari) l’isola di Cipro, sulla quale la sua dinastia avrebbe governato per quasi tre secoli. Ma è probabilmente un’informazione non esaustiva, in quanto i Cavalieri Templari avevano solo alcune roccaforti sull’isola, il cui territorio non riuscirono mai a controllare interamente e a sopprimere le numerose e capillari rivolte degli isolani nei loro confronti per l’esosità delle tasse da loro applicate, dopo averla comprata dallo stesso Riccardo nel 1192, e che quindi finirono per detenere per pochi mesi.

Altri storici infatti ritengono che l’iniziativa di vendere l’isola di Cipro a Guido di Lusignano fu presa da Riccardo Cuor di Leone, che la sottrasse ai bizantini l’anno prima. Infatti nel 1191, Isacco Comneno, governatore bizantino di Cipro, che detestava i latini, aveva cercato di prendere in ostaggio alcuni famigliari di Riccardo che richiedevano ospitalità sull’isola per ripararsi dalle tempeste che infuriavano in mare.

A quel punto la reazione di Riccardo fu risolutiva, sbarcò con l’esercito al seguito e prese possesso dell’intera isola cacciando il governatore bizantino, dopo di che la vendette ai Templari per ripagarsi delle esorbitanti spese che aveva dovuto sostenere per partecipare alla crociata (rammentiamoci sempre che le truppe dovevano essere pagate con monete d’argento o d’oro e solo in parte erano motivate dal bottino conseguente ai saccheggi).

Egli era indiscutibilmente il personaggio di maggior rango e potere in quel contesto, avendo condotto con notevoli capacità strategiche e belliche l’esercito crociato durante la riconquista delle terre d’Oltremare, sapendo tener testa a Saladino con intelligenza e abilità tattiche non comuni.

Riccardo d’Inghilterra, probabilmente per porre fine ai conflitti dinastici per la successione al trono di Gerusalemme, decise di consentire a Corrado di divenire sovrano e di cedere per compensazione a Guido di Lusignano l’isola di Cipro, liberando in tal modo gli isolani dall’assillo delle tasse imposte dai Templari. In tal caso decadrebbe ogni sospetto che possa essere lui il committente dell’omicidio di Corrado.

Non si sa con certezza, stando alle poche fonti disponibili, dal punto di vista economico, tra i Templari, Riccardo e Guido, chi ci abbia guadagnato e chi ci abbia rimesso nei repentini passaggi di possesso dell’isola di Cipro, in questo cronologicamente rapido giro di cassa, ma ho l’impressione che il vero beneficiario sia stato Riccardo, essendo stato il deus ex machina dell’intera operazione. I Templari temo non abbiano recuperato l’intera somma versata inizialmente a Riccardo, perché la loro forza negoziale era debole, essendo invisi alla popolazione insulare, e Guido di Lusignano è certo che abbia sborsato una somma significativa, che con ogni probabilità non è stata interamente incassata dai Templari, perché parzialmente pervenuta a Riccardo per la negoziazione. L’unico che non deve aver mai sborsato nulla ma aver solo incassato è Riccardo Cuor di Leone.

I Lusignano erano a tutti gli effetti dei Franchi, originari della località omonima nella regione francese di Poitau, divennero conti di La Marche e Angoulême, come vassalli dei potenti duchi di Aquitania, ma Guido fu un pessimo sovrano, stratega e condottiero militare, fin dai tempi nei quali, approfittando dell’infermità di Baldovino IV il Lebbroso, gestiva il potere al posto del cognato re di Gerusalemme e si era talmente inimicato i baroni del Regno di Gerusalemme, che Baldovino dovette allontanarlo da poter e assumere come co-regnante il piccolo Baldovino V, figlio di Sibilla e Lungaspada.

Guido di Lusignano è da considerarsi tra i principali responsabili della gravissima e assurda disfatta subita dall’esercito crociato ad Hattin nel luglio del 1187, che diede l’avvio al declino inesorabile della presenza latina in Terra Santa e alla perdita di tutti i regni e signorie d’Oltremare. Anche gli altri due responsabili della sconfitta di Hattin erano franchi: in quella tragica battaglia l’intero esercito latino in Terra Santa, composto da 20.000 tra cavalieri e fanti, fu sbaragliato con perdite che sfiorarono l’80% degli effettivi. Una ecatacombe, una disfatta irreparabile.

Gli stati crociati residuali dopo la sconfitta di Hattin e la perdita di Gerusalemme.

I due personaggi responsabili della sconfitta, di cui la Francia non può certo andar fiera sono stati: Rinaldo di Châtillon (o Reginaldo di Chastillon), che commise nefandezze inenarrabili ed errori imperdonabili in Terra Santa, infrangendo tregue e causando guerre evitabili (al punto che fu poi giustiziato dallo stesso Saladino, che di solito i baroni cristiani li rispettava, liberandoli spesso senza neppure un riscatto), e Gérard de Ridefort, originario della Contea di Fiandra, che faceva parte del Regno di Francia, che era all’epoca il Maestro dei Templari (il predicato di Gran Maestro è prevalso nell’uso ma è improprio, in quanto solo negli ultimi anni dell’Ordine, ai tempi di Jacques De Molay si iniziò a utilizzarlo), forse il peggiore della storia dell’Ordine. Entrambi insistettero con Guido di Lusignano per affrontare in campo aperto l’esercito di Saladino, anziché attendere il nemico da una posizione favorevole e dotata di approvvigionamenti e soprattutto della preziosa acqua. Pertanto si avventurarono in territorio arido, arsi dalla sete e senza alcuna possibilità di bere, sotto una calura micidiale, costretti poi a combattere in condizioni di sfinimento. Una sconfitta, quella di Hattin, dovuta indubbiamente all’ottusità, spavalderia, sottovalutazione del nemico, sopravvalutazione del valore della cavalleria, assenza di capacità tattiche, logistiche e strategiche, megalomania, ecc. dei comandanti franchi.

Gli unici comandanti contrari alle scelte belliche dei tre personaggi sopracitati che condussero allo sbaraglio l’esercito crociato, furono: Raimondo III, conte di Tripoli e principe di Galilea e Tiberiade, che discendeva dai marchesi di Provenza e quindi non era un franco, e Baliano (o Barisano) di Ibelin “il Giovane”, che discendeva da una nobile famiglia italiana (probabilmente pugliese). Entrambi, Raimondo e Baliano, insistettero per rimanere in posizione di vantaggio attendendo le mosse del nemico, ma dovettero adeguarsi alle decisioni degli altri tre per non essere tacciati di codardia, che era l’accusa solitamente rinfacciata a tutti coloro che manifestavano prudenza, previdenza e buon senso, doti essenziali quando si è in guerra.

Entrambi furono tra i pochi cavalieri superstiti alla fine della battaglia e si rifugiarono a Tiro. Raimondo morì poco dopo probabilmente di pleurite. Baliano si distinse alcuni mesi dopo nella difesa di Gerusalemme, che fu inevitabilmente conquistata dal Saladino a causa della sconfitta di Hattin, ma le capacità di comando e diplomatiche di Baliano riuscirono ad evitare un bagno di sangue, convincendo Saladino a salvare la vita a tutti gli abitanti, per i quali non richiese neppure riscatto (per coloro non in grado di pagarlo).

Infatti nel concentrare quasi tutte le forze presenti in Terra Santa nella costituzione del potente esercito che fu poi sconfitto ad Hattin, i comandanti franchi ridussero ai minimi termini le guarnigioni delle piazzeforti militari ma soprattutto quelle a difesa delle città, che erano perlopiù costiere, oltre alla capitale Gerusalemme, che era talmente indebolita che quando arrivò Baliano per difenderla era totalmente priva di cavalieri, Baliano essendo l’unico nobile presente dovette nominarne dei nuovi cui delegare responsabilità di comando.

In pratica i franchi al comando in Terra Santa sguarnirono i capisaldi strategici del regno e ne provocarono la sua dissoluzione. I risultati incredibili ottenuti con la I Crociata furono vanificati da pochi stolti, ignoranti e arroganti baroni franchi che si ritenevano superiori e invincibili, che non accettavano consigli e critiche al loro operato e che conoscevano solo la spavalderia e la violenza come mezzi per imporsi.

La tremenda sconfitta di Hattin fu il culmine nefasto, l’esito inevitabile, delle continue rivalità e conflittualità tra i baroni latini d’Oltremare (soprattutto franchi), che pur trovandosi in Terra Santa si comportavano esattamente come avrebbero fatto nel continente ben prima delle Crociate: aggredirsi a vicenda, derubare, saccheggiare, ricattare, invadere, sabotare e boicottare, sopraffare, complottare e uccidere a tradimento, ecc., che era uno dei motivi per cui Papa Urbano II aveva indetto la I Crociata, per indirizzare le energie distruttive dei cavalieri e baroni contro gli infedeli e al servizio della Chiesa, anziché nel vessare la povera gente o nel danneggiarsi tra di loro (lo spirito della Cavalleria era ancora assai effimero, la realtà è ben diversa dal mito costruito a posteriori, secoli dopo).

Su questi aspetti negativi e lesivi della loro grandeur, come abbiamo visto nella prima parte del mio saggio, gli storici francesi tendono a sorvolare con nonchalance.

Infine accenno anche al terzogenito di Guglielmo il Vecchio, Bonifacio I di Monferrato, il quale divenne titolare del marchesato dinastico alla morte del fratello Corrado nel 1192, ma salì agli onori della storiografia per aver comandato la IV Crociata, che non pervenne mai in Terra Santa come era nelle intenzioni del pontefice ma prese di mira l’Impero bizantino per volontà di Venezia.

La IV Crociata inizialmente doveva essere comandata dal franco Tebaldo III conte di Champagne, ma proprio nel periodo in cui doveva essere incaricato di tale missione, il conte era gravemente malato, in fin di vita nel suo palazzo di Troyes.

Venne allora sostituito nell’estate del 1201 da Bonifacio il quale accettò solo dopo essersi consultato con il re di Francia Filippo II Augusto (anche Filippo il Conquistatore o Filippo il Guercio) figlio di Luigi VII con cui gli Aleramici erano imparentati.

La partecipazione ad una crociata può portare gloria e onori ma l’unica cosa certa ancor prima di partire è che porterà soprattutto oneri, essendo molto dispendiosa. Infatti Bonifacio dovette indebitarsi oltremisura ponendo a garanzia cospicue e significative parti territoriali del marchesato di Monferrato, tra cui importanti città.

Incoronazione di Bonifacio I di Monferrato come re di Tessalonica, in un olio su tela di Henri Decaisne, realizzato nel 1840, situato nella Reggia di Versailles in Francia

L’unico tra i comandanti delle forze cristiane per il quale la IV Crociata non era un onere ma un affare dai giganteschi profitti e benefici, era il quasi centenario doge di Venezia Enrico Dandolo, il quale colse tutte le opportunità che le circostanze gli fornivano per trarre il massimo vantaggio economico e politico, sia nel porre a disposizione dei crociati la flotta veneziana, ovviamente dietro lauti compensi e sia nel pretendere da loro alcuni “servizi accessori e complementari”, come la conquista di Zara e la concessione di terre, isole, porti, quartieri, miniere, esenzioni fiscali, ecc. lungo il tragitto della crociata, ponendo così le basi dell’espansione della potenza di Venezia come principale Repubblica Marinara del Mediterraneo e Mar Nero.

Dandolo riuscì con la IV Crociata a creare i presupposti per fare di Venezia il più potente impero economico commerciale del Tardo Medioevo.

Infatti a differenza delle precedenti, questa crociata non avvenne via terra ma esclusivamente via mare. Peccato che non arrivò mai in Terra Santa per liberare Gerusalemme, come era nelle intenzioni del Papa Innocenzo III, ma aggredì e dissolse l’Impero bizantino, assediando e saccheggiando Costantinopoli (è in uso prevalente tra gli storici definire la città con il nome antico di Bisanzio, prima che l’imperatore Costantino decidesse di trasformarla nella nuova capitale dandogli il suo nome).

Il pretesto fu fornito dall’opportunità di partecipare all’ennesimo conflitto successorio al trono imperiale di Bisanzio tra vari contendenti più o meno legittimi (rammentate che Corrado di Monferrato preferì filarsela da quell’ambiente?), nel loro caso presero le difese di Angelo Alessio figlio dell’imperatore da poco deposto.

La scomunica pervenuta loro dal Papa, che comminò appena fu informato delle loro intenzioni, non li fermò minimamente dai loro propositi.

La prima volta assediarono Costantinopoli e deposero l’usurpatore Alessio III sostituendolo con Angelo Alessio (che assunse il titolo imperiale di IV, per brevissimo tempo), ma i bizantini si ribellarono cacciandolo e nominarono imperatore Alessio V detto il Murzuflo, che regnò anche lui per poche settimane, finché i crociati istigati dai veneziani decisero di impossessarsi dell’Impero per spartirselo tra loro, attratti dall’enorme bottino che li attendeva, essendo risaputo essere Costantinopoli la città più grande, popolosa e ricca di tutto il Mediterraneo, e che i suoi tesori e magnificenza superavano qualsiasi immaginazione.

Busto del vecchio doge di Venezia Enrico Dandolo, opera di Antonio Bianchi precedente al 1847

La capitale dell’Impero bizantino fu pertanto occupata e saccheggiata dai crociati e in cospicua parte fu pure massacrata la popolazione (ennesima aggressione tra cristiani), in modo tale da far inorridire tutti i cronisti dell’epoca, non solo bizantini: si trattò di una vera e propria barbarie, in quanto non solo sottrassero ogni bene prezioso e soprattutto le reliquie di cui Costantinopoli abbondava (che finirono in quasi tutti i santuari, conventi, abbazie, monasteri e chiese d’Europa), ma distrussero buona parte del ricchissimo patrimonio culturale della città, chiese e biblioteche comprese, provocando anche diversi incendi che distrussero interi quartieri cittadini.

Per comprendere quanto fosse ricca la capitale dell’Impero bizantino, alcuni cronisti latini al seguito della crociata, che erano testimoni oculari dei fatti, descrissero il palazzo Bucoleon (Bucoleone, ex residenza imperiale), che fu occupato da Bonifacio di Monferrato e da sua moglie Margherita, come loro residenza in città, composto da 500 stanze rifinite a mosaico d’oro, la sala dei banchetti era in grado di ospitare 300 commensali. All’interno erano dislocate una trentina di cappelle, ognuna dotata di serramenti d’argento e di qualche preziosa reliquia (Bonifacio ovviamente se ne impossessò), la principale delle quali era rivestita di marmo bianco talmente lucido da sembrare cristallo, vi erano inoltre splendidi giardini con fontane e acqua corrente che imitava i corsi d’acqua e le cascate, ecc.. Ed era solo uno dei numerosissimi palazzi di Costantinopoli.

Cartina degli Stati Latini d’Oriente costituitisi dopo la IV Crociata e la dissoluzione dell’Impero bizantino. Da ovest: il Principato d’Acaia; il Ducato di Atene; il Ducato di Nasso (le isole centrali dell’arcipelago); il Regno di Tessalonica; l’Impero Latino di Costantinopoli. A est: l’Impero di Nicea e l’Impero di Trebisonda, che insieme al Despotato di Epiro a ovest erano costituiti da greci. In verde i territori concessi a Venezia.

I baroni crociati dopo aver conquistato e saccheggiato Costantinopoli volevano eleggere come imperatore Bonifacio di Monferrato, ma incontrarono l’ostilità dei veneziani, che avevano altre mire e vedevano con sospetto un aleramico amico e alleato di Genova sul principale trono d’Oriente, per cui essendo i veneziani la componente più influente e determinante della spedizione crociata, imposero come imperatore il franco Baldovino di Fiandra.

A quel punto Bonifacio, vistosi sottrarre l’opportunità di trarre vantaggio dall’onerosa crociata, per la quale si era indebitato gravemente, continuò per conto suo le conquiste di città e località bizantine sul suolo greco, finché i veneziani per fermarlo ed evitare una guerra interna, gli concessero la Macedonia meridionale, creando il Regno di Tessalonica (vasto territorio corrispondente alla Grecia settentrionale, la cui capitale Tessalonica, attuale Salonicco, era la seconda e più ricca città dell’Impero bizantino), di cui Bonifacio fu il primo sovrano.

Bonifacio che pretendeva anche l’isola di Creta (forse memore degli splendori delle antiche civiltà minoica e micenea che l’abitarono), almeno nominalmente pretese e si assegnò anche il titolo di re di Creta.

Irrefrenabile nelle sue intenzioni di conquista, Bonifacio continuò con il proprio esercito a invadere territori bizantini, penetrò in Tessaglia e prese Atene, Tebe, Corinto, ecc., catturando anche l’ex imperatore bizantino Alessio III e deportandolo come prigioniero in Monferrato presso l’Abbazia di Lucedio.

Nel settembre del 1207, tre anni dopo aver creato il più grande regno crociato latino d’Oriente dopo l’Impero Latino di Costantinopoli, morì in combattimento sui monti Rodopi contro i Bulgari, il cui vasto regno (definito dalla storiografia Secondo Impero Bulgaro, che comprendeva anche la Macedonia, la Valacchia, la Transilvania) da tempo minacciava le terre bizantine.

La morte avvenne poco dopo che sua moglie, Margherita figlia del re d’Ungheria ed ex basilissa (imperatrice di Bisanzio), aveva partorito suo figlio Demetrio, che successe al Regno di Tessalonica fino alla sua dissoluzione, che avvenne per opera del Despotato d’Epiro che nel 1224 lo annesse definitivamente. Il Despotato d’Epiro (di costituzione bizantina) insieme con il Secondo Impero Bulgaro avevano sempre minacciato il Regno di Tessalonica con frequenti incursioni, razzie e tentativi di conquista.

Furono Michele I Ducas despota d’Epiro e lo zar Kalojan dell’Impero Bulgaro ad aver sconfitto varie volte i latini dopo la IV Crociata limitandone notevolmente l’espansione nei Balcani, fino a sottrarre loro parecchi territori greci, minacciando il Regno di Tessalonica. 

L’anno successivo alla fagocitazione del suo regno da parte dell’Epiro, Demetrio, re ormai solo nominale di Tessalonica, con l’aiuto del fratello Guglielmo VI marchese di Monferrato, organizza un esercito di monferrini, che subisce parecchi mesi di ritardo prima di riuscire a imbarcarsi a Brindisi, anche a causa di malesseri cui era soggetto Guglielmo. Partirono infatti solo nella tarda primavera del 1226 e sbarcarono nei pressi del porto greco di Almyros, dove a fine estate una devastante epidemia di dissenteria decimò l’esercito monferrino provocando la morte anche del marchese Guglielmo.

A quel punto Demetrio dovette rinunciare definitivamente al Regno di Tessalonica e decise di rifugiarsi alla corte di Federico II di Svevia in Sicilia, al quale cedette i diritti di successione al Regno di Tessalonica.

Espansione del Despotato d’Epiro dopo l’annessione del Regno di TessalonicaEspansione del Despotato d’Epiro dopo l’annessione del Regno di Tessalonica

Di solito i testi di storia raramente si soffermano su questi aspetti particolari e poco gloriosi, preferendo narrare la dinamica delle battaglie, ma la primaria causa di morte durante le spedizioni militari nel Medioevo erano le epidemie e le malattie, dalla malaria al tifo alla dissenteria, per le pessime qualità delle acque con cui si dissetavano (spesso anche appositamente avvelenate dai nemici), dai cibi avariati, dalla siccità, dalle carestie, dal clima rovente, dall’ambiente ostile, ecc.. A volte interi eserciti venivano devastati da tali eventi, oppure se navigavano per mare intere flotte venivano affondate dalle tempeste, oppure i soldati soffrendo per il mar di mare o per la qualità della vita a bordo durante i lunghi viaggi, finivano per indebolirsi e ammalarsi, prima ancora di arrivare a destinazione.

Probabilmente la maggioranza dei morti tra i soldati e cavalieri avveniva per queste circostanze avverse, anziché sul campo di battaglia e in diversi casi le guerre venivano perse prima ancora di cominciare, proprio in seguito a questi eventi.

La situazione dopo il 1230, il Regno di Tessalonica era stato assorbito dal Despotato d’Epiro e l’Impero di Nicea, costituito anch’esso da bizantini, era in fase di recupero dei territori perduti con la IV Crociata.

Concludo in maniera telegrafica riportando un paio di riflessioni.

La prima è che potremmo riconoscere, senza timore di venire smentiti, che la partecipazione alle Crociate degli Aleramici di Monferrato ha loro portato sicuramente gloria imperitura ma ben poca fortuna e ricchezza, ma quel che è peggio è che pose fine prematuramente alle loro vite, contribuendo ad accelerare l’estinzione della dinastia, impedendo sia a loro che ai loro potenziali eredi di poter trarre vantaggio dalle conquiste territoriali e dai titoli nobiliari, regni e feudi, che furono loro concessi durante le Crociate e che furono di durata effimera e di nessun beneficio.

La seconda, oltre ad essere una riflessione è soprattutto una curiosità informativa di cui pochi sono a conoscenza.

Quando nel 1291 cadde la città portuale di Acri, ultimo baluardo crociato d’Oltremare, si riteneva che ormai la Terra Santa fosse definitivamente perduta e nessuno più credeva veramente fosse possibile riconquistarla, e anche ai giorni nostri è quello l’episodio e l’anno cronologicamente assunto come quello definitivo della fine dei regni crociati d’Oltremare, fatto salvo il Regno di Cipro, ancora in mano ai Lusignano.

Ed è vero, tranne che per un particolare: i Templari non avevano abbandonato del tutto le speranze e neppure la loro presenza nel Vicino Oriente. Alcune centinaia di Templari erano andati a insediarsi nell’isolotto di Ruad, arido, roccioso, privo di fonti d’acqua, a sole tre miglia nautiche dal porto di Tortosa in Siria, ma sul quale sorgeva l’antica città portuale di origini fenice di Arados, interamente costruita sull’isolotto, che i Templari fortificarono trasformandola per oltre dieci anni nel loro ultimo presidio in Terra Santa. Una vera e propria spina nel fianco dei mussulmani, in quanto base di partenza per numerose incursioni e scorrerie sulla costa ai danni delle città costiere mussulmane.

L’isolotto di Ruad con la città portuale di Arados a 3 miglia dalle coste siriane,
ultimo presidio Templare in Terra Santa fino al 1303.

Alla fine, per la soverchiante superiorità numerica e bellica delle forze avversarie, decise ad espugnare tale presidio ad ogni costo, nel 1303 i Templari furono sconfitti e i pochi superstiti si rifugiarono sull’isola di Cipro, presso la loro principale magione di Limassol, un grandissimo insediamento templare dove fin dal 1291 fuggendo da Acri portarono tutte le ricchezze dell’Ordine e le macchine belliche, le armi e tutto quello che avesse valore e meritasse di essere salvato.

Pertanto gli ultimi guerrieri cristiani a resistere ad oltranza e ad abbandonare la Terra Santa furono i Templari, 11 anni dopo la data ufficiale della perdita della Terra Santa.

Quando i Templari abbandonarono l’isolotto di Ruad, stava ormai calando sul loro Ordine la fine ingiusta e ignobile, infima e impietosa (soprattutto alla luce di quanto appena sopra riportato), pianificata da anni dal re dei franchi Filippo IV il Bello, sempre per stare nell’ambito dei franchi e delle loro proditorie gesta.

L’avidità del re di Francia Filippo il Bello ma soprattutto l’ignavia e la pusillanimità del Papa franco Clemente V posero fine all’Ordine del Tempio, “rendendo merito” in tal modo ai sacrifici forniti dai Templari, i quali nel corso dei loro poco meno di due secoli di storia, si stima abbiano perso in servizio (prevalentemente bellico e a favore delle Crociate e della Terra Santa) circa 12.000 cavalieri e 50.000 tra sergenti, scudieri e truppe ausiliarie come i Turcopoli.

Gli ultimi cavalieri Templari a morire furono alcune decine, torturati a morte e arsi vivi sui roghi tra il 1307 e il 1314 ad opera dei franchi, sempre loro.

L’immagine in evidenza rappresenta la Conquista di Costantinopoli da parte dei crociati nel 1204, miniatura del XV secolo

(Fine quarta e ultima parte)

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