Storia

Succedeva 170 anni fa di questi giorni – LA DIFESA DI CASALE ( 24-25 MARZO 1849)

DOPO LA BATTAGLIA DI NOVARA – NON CI FURONO GRANDI COMBATTIMENTI- TRE MORTI FRA I DIFENSORI DI CASALE- LA FUGA DELL’INTENDENTE GOVERNATIVO PANIZZARDI- IL DISCORSO DI LANZA AL PARLAMENTO TORINESE- LA MORTE DI MOROZZO DI SAN MICHELE (CONTE E PERCIÒ SEPOLTO E RICORDATO CON ONORE) E PIETRO DEREGIBUS, (CIAURIN ANALFABETA E PERCIÒ SEPOLTO ALLA BRIC E BRAC NELLA FOSSA COMUNE)- IL MARESCIALLO WIMPFEN E IL FELD MARESCIALLO JOSEF RADETZKY, DETTO IL”BOIA” – IL PASSAGGIO DI CARLO ALBERTO IN VIAGGIO VERSO L’ESILIO DI OPORTO.- AL RI AD SANGUNÈ –

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Un tempo i vecchi Maestri vi portavano le scolaresche.
Prima, spiegavano, era rivolta verso Piazza Castello, proprio di fronte alla porta principale del forte.
Poi qualcuno fece presente alle autorità che la statua doveva guardare il Po perché è proprio sulle sue rive che Casale si difese e vinse contro gli austriaci nel 1849…”.
E’ il monumento alla “Difesa di Casale”.
La statua, dello scultore Francesco Porzio, è una fusione in bronzo e misura circa metri 2,50. 
“Lo scultore ha sintetizzato- scrivono le cronache quando , il 25 aprile del 1897, fu ufficialmente inaugurata – il momento epico della difesa di Casale integrandolo, incarnandolo, per così dire, nell’allegorica figura di una giovane guerriera in costume longobardo eretta, protesa, in fiero atteggiamento di leonessa… la bellezza casta e perfetta delle forme, la baldanza della forza e della giovinezza, l’eroismo cosciente di sé stesso, l’irresistibile fascino della grazia femminile è trasfigurata da un impeto di ardimento e di energia virile…”

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Fu un episodio corollario della seconda parte della Prima guerra di indipendenza – iniziata l’anno prima nel 1848- e conclusasi con il disastro di Novara.
Truppe austriache al comando del maresciallo Wimpfen, a cui non era noto l’armistizio concluso a Novara, cercarono di penetrare in Casale. Wimpfen, il cui quartiere generale era a Popolo, aveva a disposizione 13 battaglioni e due squadroni per complessivi 10887 soldati appoggiati da 18 cannoni.
Il Feldmaresciallo Josef Radetzky, nel suo rapporto sui fatti, spiega che “… per gli austriaci il possesso di Casale era desiderabile soltanto per il miglior sostentamento della truppa , ma non poteva offrire nessun vantaggio militare… Casale, militarmente, era praticamente indifesa. C’era solo il forte, comandato da Di Solaro, e pochissimi soldati…”.
Disse Giovanni Lanza in Parlamento il 26 Marzo 1849 (atti del Parlamento Subalpino, pag. 560, tornata 26 marzo 1849, presidenza del Marchese Pareto):
“E’ noto come la città di Casale, benché sprovvista di soldati, sapesse tuttavia affrontare l’attacco austriaco e respingerlo. Questo ci rivela un fatto che era da molti contestato; si diceva cioè che le popolazioni non avrebbero preso parte a questa guerra…Ebbene, signori, le popolazioni di Casale e dei paesi circostanti diedero solenne mentita a questa calunnia contro il popolo. Appena si conobbe che gli austriaci si avvinavano, i cittadini di Casale accorsero brandendo le armi che venivano alla mano; calarono dai colli circostanti i contadini coi fucili buoni o cattivi che avevano appese alle loro rustiche pareti…(arrivarono da Calliano , Conzano, Mirabello, San Salvatore, Occimiano, Moncalvo, Villadeati, Vignale, Camagna, Solonghello…)…Dalla città di Alessandria accorse una parte della Guardia Nazionale come pure da Asti e d’altrove ed altre torme di contadini sarebbero accorse se la lotta si fosse protratta…Questo prova che il Popolo sente profondamente la causa che difende e vuol difendere col suo sangue…
Però mi addoloro che in questo glorioso fatto che la prima autorità governativa della città, parlo dell’Intendente Panizzardi, mentre la città versava nel maggior pericolo, abbia abbandonato il suo posto…”.
Lanza allude all’intendente governativo che il 25 marzo, anziché dirigere le operazioni difensive, tagliò l’angolo da Casale. Panizzardi spiegherà (inaugurando la tradizione italica – quella dei governanti con le gambe in spalla mentre la gente tira le cuoia- che avrà il suo apogeo l’8 settembre del ’43 con la fuga da Roma per Brindisi del Re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Badoglio) di non essere fuggito ma di aver lasciato Casale “… per il bene superiore della legalità…”.

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La difesa fu veemente. Quella ufficiale, sulle rive del Po, registra tre morti ( Granella Faustino, sellaio da Brescia; Morozzo conte Vittorio, luogotenente dei carabinieri da Torino, Deregibus Pietro, fabbro ferraio da Casale) e quattordici feriti . Quella ufficiosa- dalla parte della collina, a valle di Rolasco all’altezza della località denominata “Riposo”- non registra nulla di ufficiale se non la tradizione.
Un drappello consistente di Austriaci si era mosso da Popolo, dove erano acquartierati, attraversando il Po sotto la collina di Coniolo e dirigendosi quindi su Casale.
Fu affrontato, e fermato, nella località, a valle di Rolasco, denominata “Riposo” da un gruppo di contadini armati dei loro fucili da caccia, di forconi, pertiche e rudimentali fionde schierati sulla riva destra del Rio che vi scorreva –e vi scorre. Lo scontro fu durissimo; l’acqua del torrente era arrossata dal sangue dei moltissimi caduti di entrambe le parti. Il torrente da allora si chiamò “Rio Sanguinolento” e nessuno più vi si tuffò o ne bevve.
I minatori, nel guadarlo per recarsi al lavoro nelle cave- fino a quando non furono chiuse nel 1958-, si toglievano il cappello.
I morti furono raccolti dalle mani pietose dei contadini del posto e sepolti dal parroco del Ronzone, don Giovanni Battista Zelio, nel cimitero della Morana che dal 1696 raccoglieva i morti della zona. Il Cimitero della Morana fu raso al suolo sul finire del secolo scorso dall’amministrazione comunale di Casale che vendette il terreno all’asta. Vi pose , a ricordo, una stele con iscrizione impersonale ed amorfa (che comunque nessuno legge perché perennemente sommersa dai rovi).

Diceva Voltaire che chi non rispetta i propri morti ed il proprio passato, non può avere futuro.

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Il maresciallo Wimpfen tolse l’assedio non appena informato dell’avvenuto armistizio dopo la battaglia di Novara. L’informatore fu niente meno che il Re Carlo Alberto, che , viaggiando come conte di Barge, era sulla via dell’esilio con destinazione Oporto. Fermato alle porte di Casale senza essere riconosciuto, all’ufficiale che gli consigliava di prendere un’altra direzione perché il ponte era impraticabile, Carlo Alberto disse che non si doveva attaccare Casale perché era subentrato l’armistizio. Passò poi il Po al traghetto di Pontestura.

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Come in tutti gli eventi bellici, la morte non guardò in faccia nessuno.
(Pubblichiamo due certificati di morte: Conte Carlo Vittorio Morozzo di Magliano di San Michele, anni 29, di professione luogotenente dei regi carabinieri); Pietro Deregibus , anni 32 di professione “ciaurin”, fabbro ferraio;



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Il Conte Carlo Vittorio Morozzo di Magliano di San Michele- figlio del conte Giuseppe e della contessa Anna Secchi di professione benestanti- era nato a Torino il 12 novembre 1818 la sua famiglia nobile aveva radici che affondavano nel medioevo ed era ricca di avi illustri. 
A diciotto anni- seguendo le tradizioni di famiglia- si era arruolato nel 1° Reggimento fanteria Savoia; il primo servizio come ufficiale, sottotenente, lo effettuò nel 13° reggimento Pinerolo.
Passò quindi , era il 1844, nei carabinieri nel cui corpo conseguì, il 2 aprile 1848, il grado di luogotenente.
Nel marzo del 1849, subito dopo la “fatal Novara”, il Conte scortò, al comando di un drappello di carabinieri, un carico di armi e munizioni che da Alessandria- dove era di guarnigione- veniva inviato a Casale in lotta contro gli austriaci che volevano espugnarla.
Venne coinvolto , il conte Morozzo di San Michele, nei combattimenti e fu ferito gravemente il 25 marzo, presso la cascina Vitta in zona Oltreponte, in uno scontro con un drappello
di “ulani”.
Morì alle ore 8 di mattina del 1° aprile in “casa Greppi (Greppi, era un chirurgo casalese con casa e studio in via Saletta), munito dei santissimi sacramenti…”. Aveva ventinove anni.
Il sindaco De Giovanni, ne tessé pubblicamente le lodi, scrivendo anche una lettera calorosa al comandante dei carabinieri di Alessandria.
La sua salma fu tumulata, al termine di una “…grandiosa manifestazione di autorità e di popolo…” in un “…luogo distinto…” a cura della Municipalità
Venne poi trasportata nella tomba di famiglia a Valfenera, vicino ad Asti, dove tutt’ora riposa.
L’atto di morte fu redatto dal parroco di Sant’Ilario don Giuseppe Alchera,
Casale gli ha dedicato il viale che scorre dal Po verso piazza Venezia.

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Il 25 marzo 1849 nel corso dei combattimenti presso la cascina Vitta in zona Oltreponte, veniva colpito a morte Pietro Deregibus di anni trentadue, di professione fabbro ferraio, maritato con Catterina Musso…,spirato senza i “santissimi sacramenti…”…
Chi era Pietro Deregibus?
Suo padre, Giobatta, doveva il suo nome , che sa di sale e di mare, ad un atto di riconoscenza del nonno di Pietro; “beccato”, il nonno paterno, in Liguria, con la carovana che portava sale-di contrabbando- in Piemonte era stato sottratto alle grinfie dei dazieri da un vecchio genovese che si chiamava Giobatta il quale l’aveva nascosto in casa sua in attesa di tempi migliori.
Sua madre, Benedetta Giorcelli, era di professione infermiera. 
Aveva imparato il mestiere dal padre; senza andare a scuola, nemmeno a quella del parroco, perché “i cavalli non sanno né leggere né scrivere e fanno lo stesso il loro dovere…” .
Fin da bambino aveva imparato a soffiare il mantice sui carboni , a tener ferma la gamba del cavallo mentre il padre gli conficcava negli zoccoli chiodi arroventati ed a sputare sulla testa del chiodo, in maniera che, raffreddandosi al contatto della saliva, si stabilizzasse …
Sognava con la sua Catterina di avere molti figli e non aveva la più pallida idea di chi fossero gli austriaci, Vittorio Emanuele e gli “ulani”….
Fu sepolto in una fossa comune”… alla presenza dei familiari e dei becchini…”,
L’atto di morte fu redatto dal Parroco di Sant’Ilario don Giuseppe Alchera.
Casale non gli ha dedicato nulla.
Del resto è giusto: Pietro Deregibus, caduto- come il conte Carlo Vittorio Morozzo di Magliano di San Michele- nella difesa di Casale del 1849, era un semplice fabbro ferraio… 
…Un “ciaurin”

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