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Giro d’Italia: snobbato il Monferrato Casalese

Domenica 9 maggio, il Monferrato casalese è stato – ancora una volta? – snobbato dalla RAI.

Si trasmetteva il Giro d’Italia, che transitava per la Valcerrina. Quale migliore vetrina si poteva sperare, per dare concretezza ai sudori e a quella che è stata la fantasia di quanti lavorano allo sviluppo del Monferrato.

E così, dopo essere transitati dalle parti di Colle don Bosco, di cui si ricorda l’impegno religioso e sociale (“questa è una terra dei cosiddetti preti sociali”), si transita per il GPM da Montechiaro d’Asti, si attraversa Murisengo (non citato) e si arriva in Valcerrina, e unica concessione, appare il nome della località: Cerrina Monferrato.

Qui i telecronisti commentano (vado a memoria, ma le parole non sono state molto diverse, nè più abbondanti) “siamo in una zona che ricorda i territori agresti della Penisola e fra poco saremo nella zona di produzione del riso”; e attraversato il Po si descrive il <mare a quadretti> con la sua produzione caratteristica.

E il Monferrato? il Casalese? la Valcerrina? e i tartufi? e il santuario di Crea lì a due passi? e Morbelli non molto distante? e Giovanni Lanza che per l’Unità d’Italia qualche contributo lo ha dato? e la Resistenza che da queste parti è stata uno degli scenari non del tutto secondari? e Vidua? e le Chiese progettate dal Magnocavalli? e l’area più viticola d’Italia nell’800 tanto da attrarre famosi enologi e studiosi vitivinicoli come gli Ottavi? E le nobili e delicate colline per un turismo dolce/diverso con i suoi piatti tipici e il vino? Nulla. Assolutamente nulla! E bastavano dieci parole in croce per ricordarne una caratteristica, per lasciare negli spettatori una qualche curiosità, per indicare luoghi ancora sconosciuti dai più, ma che esistono e sono accoglienti. Direbbe, visto che si tratta del Giro d’Italia, il buon Gino Bartali “l’è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare”.

Ciò non significa chiudersi nelle proprie mura, o esaltare il campanilismo più gretto. Anzi, resta, pur sempre, valida la collaborazione con i territori vicini (Unesco, Altre zone appartenenti al Monferrato storico, Vercellese, addirittura Lomellina) senza campanilismi o ritorni a ritenersi Marchesato isolato; le realtà amministrative del nostro Stato restano (semmai si deve riprendere la battaglia per reintrodurre i Comprensori, dando anche al Casalese una espressione amministrativa autonoma). È ovvio che parlando di Monferrato, non si può operare – progettare – e raccontare senza mettersi con i piedi e la prospettiva in Piazza Mazzini o Piazza Castello. Perché altrimenti si racconta un altro Monferrato. In sostanza, anche altri territori hanno diritto a sentirsi e raccontarsi come Monferrato, senza dimenticare Casale e dintorni; o addirittura sostituirsi alla sua Capitale”.

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