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Il mancato Contributo di Solidarietà

L’impoverimento del linguaggio nel pubblico dibattito è la cifra che denuncia la progressiva perdita di capacità a elaborare pensieri sensati. L’aumento dei canali comunicativi, riscontrato negli ultimi vent’anni, grazie a internet, ai social e alle piattaforme digitali, non ha coinciso con un arricchimento del vocabolario collettivo che aiutasse il confronto delle opinioni, il dibattito serio e democratico. In questa deriva inarrestabile, oltre ad un immiserimento del glossario linguistico, abbiamo assistito anche a una più marcata dissociazione tra pensiero e parola: sempre più spesso, per convenienza o per incapacità critica, le parole non sempre sono allineate con il pensiero di chi le pronuncia. Altro aspetto, non meno importante, è la ricerca ossessiva di un linguaggio sempre più sintetico e descrittivo, infarcito d’iperbole estreme o metafore allusive, e sempre meno supportato da relazioni, confronti e rapporti quantitativi (tra numeri) che aiutano, se non alla ricerca della verità, almeno alla plausibilità degli argomenti trattati.

Un esempio evidente di quanto detto finora lo riscontriamo nel recente tentativo del governo di chiedere un contributo di solidarietà ai redditi più alti, finalizzato a recuperare risorse per sterilizzare il caro-bollette per le fasce più deboli. La proposta mirava a sospendere per un anno la riduzione della pressione fiscale sui redditi sopra i 75.000,00 euro, generando risorse per circa 250 milioni di euro da utilizzare per promuovere maggiore coesione sociale. La proposta di buon senso, arrivata al Consiglio dei Ministri, ha subito generato divisione all’interno della maggioranza ed è stata bocciata sul nascere. Naturalmente le forze governative che si sono opposte a questa timida proposta di coesione sociale l’hanno argomentato con i soliti cliché propagandistici: no a penalizzare il ceto medio; no a mettere le mani nella tasca degli italiani; no ad altre amenità di questo tenore. Non sappiamo se queste reazioni siano più il frutto di un istintivo riflesso condizionato, sempre alla ricerca di un facile consenso elettorale, oppure conoscenza consapevole delle esigue penalizzazioni che si sarebbero abbattute sui contribuenti più ricchi.

Analizzando la questione in modo analitico i riscontri oggettivi sono questi. Su circa 42 milioni di contribuenti fiscali, gli italiani che denunciano un reddito superiore a 75.000,00 euro sono meno di un milione, pari al 2,28% di tutta la platea dei contribuenti. La penalizzazione temporanea che si sarebbe creata per ognuno di questa sparuta minoranza si sarebbe attestata su una cifra pari a circa 240,00 euro in un anno, valore veramente ridicolo per creare reali disagi economici.

Questa purtroppo è la situazione reale, e non è poi così scandalosa perché prevedibile e già consolidata nel tempo. È invece inquietante pensare che la stessa classe dirigente, incapace di assumersi un minimo di responsabilità per promuovere un virgulto di solidarietà a favore dei più deboli, abbia poi il compito di gestire i miliardi di euro che arriveranno dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Piano collegato alla costruzione di un nuovo modello sociale europeo teso a investire sulle future generazioni e promuovere la coesione sociale e la solidarietà.

Vista la scommessa in gioco, è auspicabile che questa classe politica abbia un sussulto di orgoglio e si renda conto della responsabilità che dovrà assumersi nell’ottica della condivisione e della solidarietà. Valga anche per loro l’accorato appello che Papa Francesco aveva rivolto ai giovani qualche tempo fa. “Non siate avidi, il sudario non ha tasche”.

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