Ambiente e Sicurezza

LA SPERANZA NELLA VITA

L’altro giorno son sceso dalla Panda all’inizio di via Oggero subito dopo il canale Lanza, laddove un tempo c’era la Piemontese (che fu poi invasa da migliaia di tonnellate di ritagli di amianto-cemento e dove ora una follia politica vuole rovistare -) e, di fronte l’Eternit, e subito dopo altre fabbriche e dietro i campi; non c’era nessuno; solo il canto assordante delle cicale, un inno alla vita ma che ha già in sé l’ineluttabilità disperata e rassegnata della fine, della morte. Sull’argine che porta alla diga, un cane si accoccolava al sole. Non tirava un alito di vento e il silenzio era intenso, fortissimo, insopportabile, assordante. Ma ecco che di colpo, in quel colore asettico ed immobile, qualcosa si muove…Voci lontane, ma note e mai scordate… ”Gianni ven chi, andumma su da Magrelli po a la Pastrona a fa al bagn…” Erano le ombre dei miei amici, tutti rigorosamente con il moccolo sotto il naso, i capelli tenuti fermi dalla gugetta e le ginocchia devastate dalla cracia…
Già andumma…

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Io sono un vecchio ragazzo del Ronzone; abitavo al Rotondino – due stanze 4 x 4, un grande cortile e, in fondo ad esso, il cesso – nel palazzo dell’Australiano, sotto al Canaletto – una specie di acquedotto romano che scavalcava il canale e si perdeva lontano nei campi della pianura – dominato da “Spasetta Neira” Pertusati; dietro al canaletto, le ciminiere fumanti della Piemontese ed, a fianco, l’amianto dell’Eternit.

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Io, al Ronzone, ci sono nato; da quando gli occhi sono stati in grado dì immagazzinare immagini, ho visto al mattino due dita di cemento e di amianto sui davanzali delle finestre. L’atmosfera veniva innaffiata di residui di amianto dai tre aspiratori Govoni sistemati nei reparti i quali aspiravano l’amianto volatilizzato durante la produzione e lo espellevano fuori, all’aria aperta; le fibre più consistenti si depositavano qua e là; quelle sottili, invisibili – il polverino – finivano direttamente nei polmoni degli abitanti. I cortili, le strade, i sapelli di campagna, le aie, erano bonificati (?!?…) con ritagli di eternit che, bagnato e compresso, formava una superficie dura; quello che induriva, era il cemento; l’amianto si volatilizzava sempre ad usum polmoni. La gente, ignara delle conseguenze, era soddisfatta perché “… senza fango, le scarpe e le ruote delle biciclette durano di più,..”.

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I residui semiliquidi di Eternit venivano scaricati nel canale e nel Po dove formavano profonde spiagge bianco-bluastre, molli e viscide, quasi sabbie mobili nelle quali si sprofondava e trovavano rifugio colonie di pesci; l’acqua che scorreva nei ruscelli sedimentati di amianto sembrava limpidissima e noi bambini la bevevamo avidi; nella discarica di via dei Mulini passavamo interi pomeriggi guazzando fra i ritagli amianto alla ricerca dei tappi (gli scudlin) che sarebbero serviti per le gare sportive sui bordi dei marciapiedi e come distintivo per le magliette.

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All’inizio degli anni ‘60 uno scrittore di valore, Davide Laiolo, pubblicò sull’edizione nord dell’Unità, una serie di articoli, ricchi di dati e riscontri sulla nocività dell’amianto. Sembrava dovesse scoppiare il finimondo – invece non successe nulla. La proprietà tirava cinicamente l’acqua al suo mulino perseguendo, come fa tutt’ora in altre parti del mondo, la ricerca dell’utile, indifferente alla morte che semina; i sindacati, in sede di rinnovo contrattuale, finivano per sottoscrivere la monetizzazione (sic!) del rischio (particolari indennità come indennità polvere, indennità lavori disagiati, indennità amianto. -, ecc.). Certo per i lavoratori l’aumento finanziario era allettante… sembrava che aiutasse a realizzare i sogni della vita…; però grave fu e resta sul piano sociale e storico la responsabilità di chi si prestò a privilegiare – forse per perseguire il consenso? – la cultura del consumo (gli aumenti salariali) sulla cultura della sicurezza e della vita.

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L’altro pomeriggio con le ombre dei miei amici subito dopo la Piemontese (che – stando alle promesse pubbliche doveva trasformarsi in zona verde; invece, a babbo morto – cioè ottenuto il voto – hanno costruito case ed un asilo) abbiamo imboccato carrareccia che porta fra i prati della Giordana (in realtà pure la Giordana è coperta di case).
Fatti poche decine di metri sulla destra, osservo il tetto fatiscente in amianto cemento della cementeria ex Palli (ora Buzzi- Unicem) che si sta sgretolando e non si riesce a capire come non sia stato ancora eliminato…; nel vecchio capannone abbandonato da decenni, il tempo pare si sia fermato ed è ancora sospeso nell’aria il trapezio metallico con cabina in vetro e ganasce di acciaio costruito nel 1943 da “Colongo G. Renato – Portata ton. 5 – Torino; serviva per movimentare il clinker. Dall’altra parte del Canale, verso il Po di Cavagnà, dove un tempo c’era un ponte che collegava lo stabilimento ai capannoni dove venivano prodotti i pezzi speciali, c’ è ancora copertura in eternit.

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Mi guardo attorno; mi vedo correre, con i miei amici, su quei prati in pantaloncini corti mentre sul cielo volano i carrelli della teleferica.
Degli amici che scorrazzavano con me dalla Giordana, al Po, dalle bulle alla brija, il polverino – micidiale anche decenni e decenni dopo averlo respirato – ne ha lasciati pochi;… ci contiamo sulla dita di una mano… Ci sono solo le ombre e il ricordo…

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…Se ne è andato il Giovanni Barbesin con la moglie, se ne andato il Gìgi figlio del Carlin e della Rita straordinario a modellare sci coi l’acqua bollente ed a riparare tubolari (e suo fratelli posò sul suolo stravolto del la Piemontese una croce d’ amianto ) se ne è andato il Pietro Lombardi che faceva la spola tra lo stabilimento e la discarica con il favoloso Bremak a tre ruote carico di rottami di eternit… e con lui anche il Franco Fresc e Bel; se ne è andato il Luigi Arseniato, il Piero Scaiot che faceva lo stop, giocando al futball, con il sedere; se ne andato il Pierulin, il figlio del Bigin che durante la guerra saliva sulla torre di Santo Stefano per dare l’allarme quando il cielo si oscurava di bombardieri; se ne è andato l’Angelo Massa con la sua ‘pelata’ luccicante e gli occhi sempre sorridenti, il Domenico Guaschino, il Mauro Cavallone e suo fratello, il Paolo; il Piero Ruto… il Giuanin Caramela con la sua Rumi disco Volante che spandeva un odore di olio di ricino bruciate …; se ne andata, a Torino, la Rosa la sorella del Giuseppe Pinton , l’amico ricco dei sogni – da me condivisi – di ciclista in volo sull’’Izoard e sul Galibier; se ne è andato il Nino Silvano, straordinaria ala sinistra figlio della Maria la lattaia… buona e dolce come il pane…; il Bruno Ganora, il Silvio Bandur; il Franco Rubinato con l’eterno purillo e lo sguardo triste; se ne andato il “Gufto” con i suoi sogni di grande trainer; e quanti, quanti altri,… ombre disperate che si aggirano fra i fantasmi delle antiche ciminiere cercando l’illusione dei prati puliti e dell’aria che non punge il viso e fa raschiare la gola…

Ombre disperate che gridano: “…basta!., date a chi resta la speranza della vita…”.

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