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La copia-reliquia del Sacro Lino custodita a Casale Monferrato

Affascinante ed emozionante ma, al tempo stesso, particolarmente discussa e controversa. Non è facile dire, in poche parole, cosa sia la Sindone e cosa quest’ultima rappresenti per il popolo cristiano. Attorno a questo lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce, attualmente custodito nel Duomo di Torino, sembra ruotare un mistero straordinario, la cui storia si perde nella notte dei tempi. Si tratta, forse, del Lenzuolo che, secondo la tradizione evangelica, servì per avvolgere il corpo di Gesù Cristo nel sepolcro? Per ora, da un punto di vista scientifico, non è possibile spazzare via tutti i dubbi, dando una risposta certa a questa domanda. Il gremito numero di fedeli che si recano in pellegrinaggio nel capoluogo piemontese durante le ostensioni sembrerebbe, invece, affermare l’esatto contrario. Sono in tanti, infatti, ad abbracciare con fede il pensiero di Papa Giovanni Paolo II; in molti ritengono che essa sia – per usare proprio le parole del Santo Padre – uno «specchio del Vangelo». Proprio su quel lenzuolo, ancora oggi, sono visibili, ad occhio nudo, i segni di una serie di torture culminate con la crocifissione. Nel corso del tempo, la devozione nei confronti della Sindone è crescita sempre più e, ad oggi, non conosce confini: immagini e riproduzioni della Sindone si possono ammirare in numerosi luoghi. A tal proposito, oggi proveremo a svelarvi una curiosità che, in realtà, poche persone conoscono. Il nostro viaggio inizia a Casale Monferrato, ridente città piemontese situata nel cuore del territorio monferrino, in provincia di Alessandria. Qui, nella Chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, è conservata una copia particolare del Sacro lino torinese, la cui storia è stata ricostruita grazie ad approfondite ricerche d’archivio svolte nel corso degli anni e riprese, in occasione dell’esposizione del 2015, dall’Ufficio Beni Culturali della Diocesi casalese. Nel 1643, un autore anonimo ricopiò, in maniera fedele, con la tecnica del ricalco, la figura, le ombre, le macchie e le bruciature presenti sul lenzuolo originale, con l’intento di realizzarne una copia fedele. A rendere sacra quest’ultima, sono state le operazioni di realizzazione e la tecnica di esecuzione: la tela mussolina sulla quale lo sconosciuto autore stava lavorando, cercando di riportare ogni singolo dettaglio, fu sovrapposta al lenzuolo funebre di lino, entrando, quindi, in diretto contatto con esso. Questo sorprendente e delicato procedimento ha dato vita a quella che può essere ritenuta, a tutti gli effetti, una vera e propria reliquia. Facendo un piccolo passo indietro e riavvolgendo il nastro, questa riproduzione a grandezza naturale fu voluta da frate Bonaventura Rellio che, per la sua realizzazione, chiese il benestare a Cristina di Francia, detta «Madama Reale», sorella di Luigi XIII, vedova di Vittorio Amedeo I di Savoia e reggente per il figlio Carlo Emanuele II. «Madama Reale», dopo aver concesso il benestare, la donò al frate ad esecuzione avvenuta. L’intento del frate era quello di donarla ai fedeli cattolici d’Irlanda, terra in cui Padre Bonaventura non riuscì, purtroppo, a recarsi. Fece, quindi, atto di consegna della copia sindonica ai suoi confratelli irlandesi, Patrizio e Giovanni. La custodia e la cura del telo – situato presso la chiesa di San Bonifacio, a Casale Monferrato – furono affidate a padre Ludovico da Ameno, Guardiano del convento di Santa Maria del Tempio, con l’obbligo di riporla in una cassetta con due serrature. Le rispettive chiavi sarebbero state conservate dal Padre Guardiano e dal Segretario Giacomo Plebano; il tutto, sotto la custodia del Duca. Ed è a questo punto che l’andamento della storia prende tutta un’altra piega, completamente inaspettata: la copia, che sarebbe dovuta rimanere in territorio monferrino per un periodo di tempo limitato, in realtà, non fu consegnata ai cattolici irlandesi. Inoltre, fu più volte esposta alla venerazione dei fedeli in occasione di una data particolare, il 4 maggio, sempre presso la chiesa di San Bonifacio. Questa «tradizione», però, ad un certo punto, fu interrotta. Con la secolarizzazione del convento e l’abbattimento della Chiesa di San Bonifacio, infatti, un sacerdote, Don Rossaro (ex Osservante Riformato), decise di impadronirsi della copia sindonica, senza possedere l’autorizzazione dei patroni e suscitando, inoltre, le proteste da parte degli altri frati francescani, ormai secolarizzati. L’evento provocò il ricorso di Donna Polissena Strambi, vedova di Filippo Strambi, al vescovo di Casale Monferrato. La famiglia Strambi, infatti, aveva ereditato il patronato sulla copia della Sindone e, con esso, la proprietà di una delle due chiavi dell’urna di cui sopra. Nel documento è possibile leggere la supplica che Donna Polissena rivolse a Francesco Alciati, vescovo di Casale Monferrato dal 1817 al 1828. La nobildonna chiese a quest’ultimo di affidare la copia a una chiesa casalese e di esporla, di nuovo, alla pubblica venerazione. Alciati, acconsentì, accogliendo tale richiesta. La copia fu, quindi, consegnata alla chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, dov’è tuttora conservata e dove, in determinati momenti, è esposta al culto dei fedeli.

Fotografie provenienti e autorizzate dall’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Casale Monferrato

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